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Esame di Stato 2019

“Entrare in un palazzo civico, percorrere la navata di una chiesa antica, anche solo passeggiare in una piazza storica o ………”  Così inizia la traccia del Nuovo Esame di Stato 2019,   ispirata da un testo di Tomaso Montanari,  che vuole fare riflettere  lo studente sull’importanza del nostro patrimonio artistico e culturale, fatto di  opere tangibili come di opere intangibili, dell’anima, o dell’effimero musicale, danzante, teatrale…

Che fortuna abitare nel Paese che più di tutti al mondo conserva  i luoghi consacrati come Patrimonio dell’umanità. Abitare un habitat   celebrato per la sua Bellezza, dovrebbe già di per sè rendere la nostra stessa vita degna d’essere vissuta, eppure non è così scontato, perché la Bellezza   è qualcosa che non nasce spontanea, nè può essere data per scontata ed eterna, vive solo se la facciamo vivere, esplode in tutta la sua magnificenza solo se la facciamo nascere,  e poi  in parte passerà, o soffrirà del passare del tempo, e allora subito ci si rende conto   di come sta a noi uomini del presente e del futuro  sapere ricevere, conservare, comprendere e trasmettere cotanto tesoro prezioso.

Del resto la Bellezza è tale proprio perchè si distingue dalla volgarità, dalla Bruttezza, appunto, e da tutti quei comportamenti fatti di opportunismo e guadagno spicciolo, se non  proprio spicciolo, calcolato, e come tale i nemici di questa meraviglia sono tanti, e severi, e per nulla sprovveduti, e per niente disposti a farsi mettere da parte.

Montanari parla di generazioni che stanno seppellite sotto  il suolo che noi esseri   viventi tutti i giorni inconsapevolmente calpestiamo, quello stesso  territorio, o campo, o montagna, o borgo, o città, o villaggio  che sopravvivrà alla nostra stessa morte, e noi stessi finiremo sotto quel suolo  insieme alle ossa di chi ci ha preceduto.

Immagine forte, questa del mondo ridotto a un immenso cimitero che conserva i nostri avi, i nostri predecessori, dai più famosi  a quelli più anonimi, un sacrario alla vita che è stata e che continuerà ad essere dopo di noi.  Gli uomini muoiono ma di loro sopravvivono    il loro spirito, le loro opere, i loro figli, i loro pensieri, le loro idee, la loro voglia di essere stati  cercatori del bene più raro e prezioso possibile, la felicità.

Altro che “dittatura totalitaria del presente”, quel sentimento pervasivo, disturbato, confuso, fugace, sfuggente, inquinato, violentato  da mille rumori e frastuoni che ci portano alla totale confusione e perdita di noi stessi e del centro.

Ognuno di noi è quello che altri prima della nostra venuta al mondo ci hanno permesso di diventare, ma è anche quello che permetterà a nuovi esseri di divenire   grazie e attraverso il nostro personale modo di vedere  le cose, i problemi, le necessità. L’autore parla di Democrazia, di quale sarà il mondo di domani, lasciato ai posteri dalle decisioni di vita  di oggi.

Anche nella società liquida e “usa e getta” la Bellezza non ha smesso di avere il suo fondamento ed il suo Altare celebrativo. E’ il pensiero del Bello che ci fa svegliare al mattino contenti d’essere vivi, è il pensiero del Bello che ci fa sopportare i momenti difficili che ognuno di noi si trova ad attraversare, è il pensiero del Bello che costruisce  le Cattedrali del Bene e della Giustizia,  quel pensiero fatto di ricordi, di memoria, di percezioni, di sogni, di progetti, di speranze, di attese, di attimi impalpabili quanto indelebili, piccoli tasselli di un mosaico  che  alla fine andranno a tessere la grande tela dello scenario umanistico.

Questo immenso patrimonio culturale fatto di filosofia, cinema, poesia, arte, monumenti, libri, architetture, borghi e spettacoli, è qualcosa che scorre nelle nostre vene, è qualcosa che ha contribuito a dare alla Storia le sue epoche, dal mondo classico e pre ellenistico  al lungo cammino medioevale;  dal mondo Rinascimentale al Risorgimento, attraverso l’Illuminismo  e l’esplosione dei fasti della Ragione;  fino al buio terribile dei Totalitarismi e dei genocidi, che purtroppo ci hanno smascherato nella nostra fragilità e inconsistenza, nella nostra follia e depravazione; un periodo oscuro   che ha fatto tremare ogni più incontrovertibile certezza, che ha rimesso tutto in discussione, che ci ha obbligato a ripensare un Nuovo Umanesimo avendo smarrito quello precedente, che ci ha costretto  ad ammettere delle colpe che richiedono precise  istanze  di perdono rivolte alla vittime.

Il totalitarismo dell’oggi è un nemico mascherato che dietro la facciata del divertimento e dell’intrattenimento  mordi e fuggi, distrugge gli uomini  senza che se ne rendano conto, come se li sedasse prima del colpo mortale. E’ insidioso, impercettibile,  quanto falso e menzognero.  Passa anche attraverso la televisione, quella più di apparenza che di sostanza,  quella più legata a logiche commerciali che formative,  che deve fare odiens  o che deve riempire spazi così come dovessimo riempire contenitori.

L’uomo non è un contenitore,  è fatto di pulsioni vitali che possono raggiungere le vette dell’iniquità come le vette della Misericordia e della Generosità.  Questo destino che lo porterà verso una direzione piuttosto che l’opposta  è un’incognita legata alla sua libertà, alla nostra libertà, al nostro  essere  in scienza e coscienza  per noi   stessi oltre se stessi.

E’ anche legato alle eredità ricevute, a quel passaggio di consegne che ogni padre consegna ai suoi figli, e che ogni figlio consegnerà alle successive  generazioni.

Certo che dalle macerie della guerra la civiltà ha saputo risorgere e ricostruire, ma personalmente e coralmente   ci chiediamo a quale prezzo, con quali anticorpi, con quali consapevoli   obiettivi e buoni propositi, con quale capacità di visione lungimirante costruita sopra ponti  che sappiano   unire le ragioni di tutti, dei vinti come dei perdenti, dei giusti come degli ingiusti,  dei saggi  come degli stolti, dei deboli come dei forti,  di chi ha la ventura di nascere di qui da una riva piuttosto che sulla riva opposta.

Gli uomini sono stati sacrificati a migliaia,  spesso spazzati via alla velocità della luce, tra atroci sofferenze, tra disumanità apocalittiche,  e di loro è rimasto   il pensiero che noi sopravvissuti  siamo stati risparmiati, graziati dal gioco della vita, e destinati a diventare testimoni del Male. Come anche testimoni della Bellezza sopravvissuta o rinata.

Accanto a noi sono state risparmiate   le opere d’ingegno, più o meno fisiche, più o meno monumentali, più o meno straordinarie,  più o meno danneggiate, più o meno illese. Quelle opere parlano degli uomini che non ci sono più, ma parlano anche agli uomini che ancora devono nascere, in una lingua che va oltre il codice linguistico, oltre il flatus voci, oltre il detto e il non detto.

Dentro questo patrimonio ognuno di noi  si può riconoscere, può trovare il senso della propria esistenza, può persino aiutare gli altri a fare trovare la propria ragion d’essere.

La mia  casa modesta  è piena di cose belle o che tali reputo, nella mia semplicità. Adorno la casa come se adornassi me stessa,  e adorno me stessa come se fossi io la mia casa più preziosa.   Non con monili, oggetti che inseguono la moda del momento, ma con  segni  che raccontano una storia; la bellezza non è sinonimo  di  irraggiungibilità; se così fosse l’avremmo avuta in disprezzo o in odio, sarebbe diventata il distinguo di chi può e di chi non può, e invece anche nella casa di un povero ci può stare un qualcosa di bello.

Bella può essere la sua dignità di essere umano, bella può essere la sua fierezza, bella può essere una piccola cosa che conserva dei suoi tempi migliori  o che racconta della storia della sua famiglia.

Bella potrebbe essere la luce del suo sguardo che non si è lasciato piegare dal male di vivere,  o dalle ingiustizie di un mondo che è tutto tranne che perfetto e in  indolore  progresso.

La bellezza salverà il mondo, come diceva Dostoevskij,  a patto che gli uomini avranno o abbiano a salvare la bellezza. E’ un pò come il dilemma dell’uovo con la gallina: nasce prima l’uovo da cui verrà fuori la gallina o la gallina che farà l’uovo per replicare il miracolo della vita? Se facciamo fuori la gallina prima che possa fare il suo uovo, non avremo più di che nutrirci, ammettendo che quell’uovo  rappresenti   la nostra fonte di alimento.  E se ci cibiamo dell’uovo prima ancora che possa diventare gallina, non potremo gustare dei frutti della crescita, dei frutti della storia che è il tempo che passa, giorno dopo giorno, anello dopo anello, impedendo  al l’albero dell’umanità di   sviluppare  le sue radici sempre più profonde, in apparenza così lontane dalle prime manifestazioni di sviluppo.

E così nasce prima l’uomo che farà l’opera d’arte o  l’opera d’arte che forgerà nuovi uomini?

Ogni essere umano è potenzialmente un Leonardo, un Michelangelo, un Caravaggio, un Dante, un Einstein, un Roosevelt, un Gandhi, un Martin Luter King, una Montalcini,  una Segre,  una Madre Teresa,  una Caterina da Siena, una Montessori,  una Giovanna d’Arco, ma mi verrebbe da aggiungere  una perfetta non so chi qualunque  che potrebbe incrociare un giorno la nostra strada e salvarci non si sa per quale miracolo, la vita.

Questo universo così tribolato, così complesso e ingarbugliato tra passato presente e futuro,  mi lascia attonita e smarrita, ma anche piena di speranze. Le speranze alimentate dalla forza della voglia di Esserci che non si arrende, che proprio dal dolore trova l’energia per reagire, che proprio dalle domande trova lo spirito delle risposte,  e così dalle vecchie opere d’arte ormai trite e ritrite ma mai morte, ecco che già sta spuntando come un nuovo fiore il germoglio della Bellezza immortale.

Feuerbach

Feurbach nasce nel 1804 e muore nel 1872. Per generalizzazione si può considerare l”800  l’inizio della filosofia contemporanea, così come con il 1500 per generalizzazione si fa iniziare la filosofia  moderna.

Sempre tenendo conto di come sia riduttivo e poco legittimato tracciare degli scomparti rigidi per natura, che alla fine  reclamano di intrecciarsi in continuazione.

Premessa questa osservazione banale,  si può definire Feuerbach il filosofo che ebbe la presunzione di criticare Hegel, dicendo che non avesse fatto altro che mettere la filosofia al posto della teologia, e di  far fare alla metafisica filosofica  quello che il dogmatismo  religioso aveva fatto del pensiero umano.

Per intenderci, Hegel sostiene che il Pensiero è l’Essere. Feuerbach sostiene che l’Essere è il pensiero. L’Essere diventa il soggetto, e l’unico essere esistente al mondo è l’uomo stesso. Dio non è che un essere inventato dall’uomo, vuoi per paura, vuoi per calcolo, mentre di certo l’uomo è Essere a se stesso.  E’ l’uomo il Dio di se stesso.  Da questa geniale intuizione deriverà Nietzsche, e da Nietzsche deriverà il concetto di morte di Dio.

Ma torniamo a Feuerbach. L’errore del cristianesimo inteso come la religione più evoluta in assoluto è stato di avere fatto fare a Dio quello che solo l’uomo può fare di se stesso, o meglio,  quello che nemmeno  l’uomo  saggio  farebbe a se stesso, alienando così la natura stessa umana che da protagonista ed assoluta si è ritrovata asservita a despodestata. Occorre rimettere l’Uomo al suo posto. Tutto l’amore di cui l’uomo è capace è quello che può mettere l’uno al servizio dell’altro, è quello che può accadere tra due esseri umani, di pari grado, di pari dignità, di pari potenza.

Il Dio estraneo della religione ha finito per indebolire l’uomo stesso, per condannarlo, per  sminuirlo, per impoverirlo. Ma è l’uomo che permette/crea  Dio e non Dio che permette/crea  l’uomo.

La sua opera L’essenza del cristianesimo diventa un Manifesto della sinistra post hegeliana.

Mettendo il soggetto con tutte le sue pulsioni, sensazioni e volontà alla base della conoscenza stessa,  viene smantellato l’impianto  intellettualistico e gerarchico  che Hegel  si era orgogliosamente  preoccupato di costruire.

Insomma, tornano a riaprirsi infinite porte  che sembravano  essere state chiuse.

Rousseau

Rousseau  rappresenta il secondo volto dell’illuminismo  che sposa anche la sua anima romantica  e potremmo dire intimista (il primo volto è rappresentato da Montesquieu e Voltaire).  Si profila come un gigante del pensiero moderno, per originalità,  autenticità e  complessità  psicologica/sociologica/antropologica.  La fortuna del pensatore ( 1712- 1788) inizia con un saggio che lo porta alla popolarità. Occorreva argomentare  se l’arte e le scienze avessero contribuito allo sviluppo sociale. Sostanzialmente Rousseau risponde in maniera critica e vince il premio dell’Accademia di Digione  iniziando  la sua fortuna.

Il filosofo  argomenta  che solo in apparenza tali energie hanno migliorato la società, ma di fatto il cancro della corruzione e dell’ipocrisia  impediscono alle arti e  alle scienze di realizzare  i frutti che si potrebbero  diversamente   raggiungere.  Di fatto le arti e le scienze vengono utilizzate o per indebolire l’autentico spirito creativo, o per  assoggettare  l’autentico spirito di ricerca e innovazione chenon viene messo al servizio di tutti. E’ tutto falso, apparente, mascherato, condannato al fallimento e all’impedire la felicità  di molti. Anzichè risolvere il problema della disuguaglianza, detta realtà è stata accentuata ed esasperata con lo strumento dell’adulazione, della mercificazione e della manipolazione.

Le cose però per Rousseau  ben presto si complicano;  dalla  fortuna  passa alla sfortuna  che  inizia con un secondo  saggio la cui   domanda posta in essere era la seguente: occorreva argomentare da dove derivasse la disuguaglianza sociale.

Rousseau  risponde che la disuguaglianza sociale nasce dall’uomo selvaggio e primitivo che decide di abbandonare il suo stato naturale, dove   esisteva  l’idea di famiglia promiscua, e dove l’uomo nutriva verso se stesso e gli altri sentimenti di pietà, conservazione e semplicità.

Per spirito perfettibile  e per spirito libero  questo stesso uomo selvaggio decide di abbandonare il suo stato di uomo semplice e attraverso un processo di apparente civilizzazione  si evolve verso un’organizzazione dove inizia l’idea centrale di famiglia chiusa. Inizia la lotta delle famiglie tra loro, messe in competizione. Da nomadi si diventa stanziali e da possessori    cooperativi si diventa possessori   privatii; il concetto di proprietà privata sconvolge quello che prima funzionava.

La lotta  si trasforma  in una guerra di tutti contro tutto, una guerra orizzontale che vede i ricchi contro i ricchi, i poveri contro i poveri, e i poveri contro i ricchi…Dentro questo caos generale l’unica via di uscita è stata arrivare ad un patto iniquo tra il padrone ed il servo. Quel patto  che Hobbes  aveva definito necessario e liberatorio, ma che invece era solo una autocondanna   che l’umanità si è fatta a se stessa.

Come uscirne?  Con un nuovo Contratto sociale che  si riorienti verso i valori  dell’uomo selvaggio, attraverso una democrazia diretta e attraverso  la nascita di uno stato democratico, quello  vero che sa ascoltare le ragioni di tutti e non solo di quelli che il potere già lo gestiscono. Da qui il suo scritto tutto politico dedicato appunto aa un Contratto equo  dove Rousseau  ipotizza un popolo sovrano e unico detentore del potere legislativo. Lo stesso potere esecutivo e di governo deve stare nelle mani del popolo, se si vuole un’autentica democrazia. In materia di diritto alla proprietà privata Rousseau sostiene che tutti devono disporre di quanto serve per la propria sopravvivenza  e che occorre garantire il lavoro. In materia di religione  sostiene un assoluto principio di tolleranza verso qualunque forma di credo.

Nessuno prima del  ginevrino  era arrivato a parlare in modo  così schietto e potremmo dire  poco  diplomatico; il pensiero filosofico diventa politico, sociologico, antropologico  e  psicologico, in una maniera assolutamente moderna e del tutto  anticipatrice di tempi che ancora non erano maturi  ad accogliere  questa  vivacità  intellettuale.

Rousseau insomma descrive contro il suo stesso interesse e addirittura  la sua stessa intenzione una realtà pessimistica e colpevole, che gli causerà una serie infinita di complicazioni e condanne morali, nonchè peggioramenti del suo stato di salute, che finì perseguitato da veri e propri attacchi  paranoici.

E’ comprensibile  come il filosofo finisca in disgrazia, prima elogiato per l’originalità, e poi abbandonato perchè scomodo e sconveniente, oltre che molto  chiacchierato, visto il suo stesso stile di vita al limite della normalità.

E’ altrettanto  straordinario come la filosofia rousseauiana   finisca per divenire centrale esattamente nei secoli successivi, in primis alla fine del 1700  quando fu presa a modello dalla rivoluzione francese, e  risultando per alcuni versi  ancora oggi attualissima.

Per riuscire a sbarcare il lunario dovette improvvisarsi  ora precettore, ora improvvisatore nell’arte del  riciclarsi, e solo ricorrendo alla protezione del nobile o della nobildonna di turno  riesce a  mantenere almeno se stesso ( dovrà affidare all’assistenza di orfanatrofi   la cura dei suoi stessi cinque  figli) e la propria ambizione letteraria. Compone diverse altre opere importanti come l’Eloisa, l’Emilio e le  Confessioni. Con l’Eloisa  introduce il concetto di amore  romantico e spontaneo contro l’amore ingessato e d’apparenza.  Con l’Emilio si prefigge di argomentare i principi di una nuva pedagogia che potesse permettere  la nascita dell’uomo nuovo. Con le Confessioni anticipa un genere quasi  sconosciuto e  per nulla  diffuso,  ponendo le basi  di una letteratura  intimista  e  psicologica fondata sulla riflessione e sull’analisi delle proprie vicende autobiografiche. I  critici parleranno addirittura  di una sorta di psicanalisi.

Verso la fine del suo percorso esistenziale si avvicina al concetto di estasi, unica via risolutoria al fallimento del suo tentativo di riforma sociale che Rousseau  giudica evidente ed inevitabile; è evidente che la società non vuole cambiare, è inevitabile  che la proprietà privata continuerà a dominare su quella pubblica, è evidente perchè è insita nella contraddittorietà umana che appunto ha deciso di smettere d’essere  selvaggia volendo trasformarsi in  civile. E’ inevitabile.  Oppone a questo sfascio  la teoria del tempo che muta e  la teoria della sospensione del tempo dove in quel preciso istante   l’uomo si può fare simile a Dio. Sì certo, facciamo che la storia  venga sospesa, immaginiamoci nell’assolutezza dell’attimo interiore  dove esisto io e Dio, Dio e me.   La contraddittorietà del filosofo è stata la stessa contraddittorietà del suo  stesso  tempo. Le sue Confessioni hanno superato di gran lunga il già bel vigore di quelle di Montaigne. Montaigne  “parlava” di essere sincero e senza maschera;  Rousseau “si faceva” totalmente sincero e senza maschera.  Il suo illuminismo psicologico si pone come l’alternativa all’illuminismo scientista di Cartesio. La sua filosofia del soggetto che vuole stare se stesso  in mezzo agli altri  si pone come l’alternativa alla filosofia dello Stato oggetto e del suo  tutto dominatore   sul particolare.

Proprio  quando  Rousseau si mostra totalmente indifeso  nelle sue Confessioni, sfidando la vergogna e arrivando a dire l’indicibile,  il filosofo arriva a  mostrare tutta la sua vera forza impareggiabile e insuperabile. Comprende di non avere più nulla da perdere, avendo già perso tutto, come i figli amati, la  rispettabilità, l’orgoglio.

Muore nella convinzione d’avere fallito in tutto, solo e povero, ma proprio questo suo uscire di scena così drammatico lo pone come il simbolo assoluto della rivoluzione che accadrà di lì a poco dopo. Gli altri illuministi al pari di lui avevano   parlato del bisogno di diventare uguali, del bisogno d’essere uguali davanti alla legge; lui ci aveva messo la faccia, lo spirito, la passione, la disperazione stessa…Un pensatore del tutto non omologabile e di certo   consapevole della propria diversità.

Kant lo riprenderà per il suo rigorismo sul controllo delle emozioni,  tema molto caro a Rousseau  che sentiva di  dovere molto lavorare sull’importanza del sentimento  non abbandonato a se stesso. Hegel e Marx lo riprenderanno per le sue idee politiche e diremmo rivoluzionarie contro il sistema dominante; Tolstoy lo paragonò al Vangelo per la forza linguistica e la capacità di coinvolgere il lettore; Freinet, Pestalozzi e Dewey lo riprenderanno  in campo pedagogico per la sua genialità educativa, visto che nell’Emilio il filosofo aveva messo il bambino al centro del processo di crescita. Su Rousseau la bibliografia è infinita, almeno quanto lo è stata su Dante, Schkespeare e i grandi autori classici. Non manca anche la critica negativa che intravide nell’estremismo   rousseauiano la premessa per derive totalitarie  che porteranno a stati di regime ed oppressione. Ovviamente, critiche tutte da sostenere con la forza dei fatti più che con la forza delle suggestioni.

 

Kant

Kant è stato un momento di svolta  per lo sviluppo della filosofia  moderna idealistica, come lo è stato Socrate per la filosofia antica e lo sviluppo del  razionalismo, e come lo è stato Cartesio per la filosofia moderna razionalistica.  Nasce nel 1724  e muore nel 1804, dopo essere stato  il maggiore filosofo illuministico  tedesco. Per il suo ruolo centrale  viene messo a cavallo con la filosofia contemporanea.

Scrive moltissime opere dove la parola che più ricorre con originalità  in assoluto è la parola Critica, a dimostrazione del criticismo che lui osserva nella metafisica tradizionale che aveva commesso l’errore di considerare il mondo, l’anima e Dio delle cose e non delle idee intorno alle quali costruire una cosmologia razionale, una psicologia razionale ed una teologia razionale.

Kant parte  dal presupposto che  esistono i giudizi analitici a priori ed i giudizi sintetici a posteriori. I primi sono universali e i secondi contingenti. La conoscenza è trascendentale che non significa trascendente. Quella trascendentale rimane nel campo della gnoseologia.

Il principio è che la realtà sta al  soggetto così come il fenomeno appare, mentre il noumeno è l’idea in sè dove non c’è possibilità di scienza perchè non può essere sperimentata e verificata, ma solo di  metascienza, ossia metafisica.Tutto viene percepito attraverso le forme ineliminabili di spazio e tempo.  Ogni giudizio è reso possibile dalla  formulazione di concetti che si formano per quantità, qualità, modalità e relazione.

La dialettica trascendentale è indipendente dal mondo fenomenico. La ragione è legata ad un uso  regolativo e non costitutivo.

Tutto l’impianto kantiano è stato costruito per rispondere a tre domande fondamentali: che cosa posso sapere, cosa devo fare e in cosa posso sperare. Le tre questioni  non sono di poco conto ed hanno la precisa ambizione e consapevolezza  d’essere su un sentiero  che  Kant sa bene avrebbe  fatto di lui un punto di non  ritorno.

Dopo la Critica della ragion  pura  Kant passa alla Critica della ragion pratica, cioè la morale. In etica ci parla di regolamenti, imperativi e rigore. Ci parla dell’uomo morale, che è tale non perchè sia obbligato ad esserlo, ma per scelta, per libera scelta razionale, nel nome stesso della Ragione che è di per sè  espressione di giustizia.

Famose le massime kantiane:  Agisci in modo che la tua azione possa avere un senso universale,  Agisci ponendo l’uomo come fine e mai come mezzo,  Agisci secondo ragione, per amore della ragione stessa.  Ma la più famosa è senz’altro quella che invita  a porre il cielo stellato sopra di noi e la legge morale  dentro di noi.

Dopo la Critica della ragion pratica arriva alla Critica del giudizio: il giudizio può essere  determinante o riflettente, dove il primo riguarda le categorie ed il secondo il fine. Il primo è universale ma il secondo particolare.  Detto secondo  deve quindi volgere alla finalità  universale; esso si divide in estetico e teleologico.

Il giudizio estetico si divide tra il bello e il sublime, dove il sublime diventa il bello portato all’ennesimo grado. Questo sublime non definibile si distingue tra il numerico ed il dinamico, cioè l’infinitamente numerico e l’infinitamente tutto. Dentro questo sentimento che lega l’interno dell’io con l’esterno  accade un moto di annullamento oppure un moto di esaltazione.

Precisamente, nell’analisi del bello   per qualità si cerca una bellezza universale senza interesse, per quantità si cerca un piacere senza concetto,  per modalità si cerca ciò che si impone a tutti senza necessità, e per relazione si cerca la  finalità  universale.

La critica del giudizio  tratta del legame   che c’è tra l’intelletto e l’immaginazione.  Si tratta di analizzare il gusto ed il genio. Nell’arte l’uomo esprime il proprio genio, nella sua complessità spirituale e libera. Il gusto è più legato al mondo naturale,  quello comune a tutti, nel cui  mondo viene ricondotto anche il genio che non è che un’espressione minoritaria ma non  necessaria.  Saranno i romantici ad esaltare al massimo grado l’originalità del genio, mentre Kant ne fa un elogio puramente razionale.

Nel giudizio teleologico infine si arriva al punto centrale che deve permettere una unificazione ed armonizzazione  di tutto il sapere nelle sue varie molteplicità.  Tutto della conoscenza e del fare  concorre  ad una medesima finalità universale.

Nella Fondazione della metafisica dei costumi Kant introduce il concetto di imperativo ipotetico e categorico; mentre il primo è posto sotto condizione, il secondo è universale e incondizionato.

Kant è un filosofo complesso, meriterebbe decine di pagine di approfondimento. Qui ci si è limitati a tracciarne le linee salienti da cui partire per il suo approfondimento.

Fu senza dubbio un illuminista, di quelli però che diedero moltissimo  spazio  al concetto di legge morale, e molto meno spazio al concetto di trionfo dell’io e  trionfo  dell’essere naturale come del mondo naturale  inteso nella sua libertà  sensitiva  ed  umana. La sua stessa esistenza espresse questo autentico  desiderio di armonia e di equilibrio per cui molti suoi collaboratori  non ebbero la stessa forza, fortuna e rigore.

Non per nulla viene molto studiato nella dottrina del Diritto ed  in campo giuridico, poichè è immediato il legame di detto pensatore con la centralità del concetto di legge intesa a 360 gradi.

Capitalismo e romanticismo inglese

E’ noto quanto l’Inghilterra  abbia svolto il ruolo  di locomotiva  europea, o meglio, quanto l’Inghilterra abbia avuto uno sviluppo autonomo dal resto d’Europa, e quanto la sua vocazione predatrice/espansionistica  nei confronti del mondo l’abbia portata a svolgere un ruolo dominatore e potremmo dire pionieristico di lunga e complessa  storia.

Non è un caso che la prima rivoluzione industriale è inglese, non è un caso che le prime teorie sul capitalismo e sul romanticismo che nasce come reazione  sono inglesi, non è un caso che proprio in Inghiterra si forma una mentalità pragmatica e positivista, alla quale si contrapporrà  un pensiero liberale e democratico, se non quando apertamente anarchico,  nei suoi   primi passi.

Dal continente inglese tutte queste tendenze si spostano in Europa, e non a caso si usa l’espressione  continente inglese, anzichè la più realistica definizione di isola;  si spostano in Europa non per  contaminazione inglese, ma perchè un mezzo secolo dopo circa  anche i paesi europei arrivano ad avere i problemi che già l’Inghilterra aveva avuto.

Mettendo da parte in questa sede le valutazioni filosofiche e storiche del caso,  diciamo che i maggiori autori di questo mondo in fervente   trasformazione  sono Adam Smith come primo teorico economico, Ricardo come il teorizzatore del sistema capitalistico, Robert  Owen come il pensatore di un sistema  economico più  umano, George Shelley come il primo teorizzatore del romanticismo  che voleva opporsi  ad una mera visione utilitaristica del mondo  e che oppone al mondo cittadino un idilliaco  mondo campestre dove potere recuperare il sentimento del tempo e del vivere naturale, Malthus  che ci elabora una prima visione pessimistica  del mondo che se lasciato fuori controllo degenererebbe e infine Coleridge  che sottolinea il valore della Storia  come  coltivazione  spirituale contro il  puro  scientismo  che finisce per ignorare il genio e l’arte.

Dentro questi nomi si hanno in nascita   tutte quelle  premesse  che produrranno  per forme locali  e proprie   le valutazioni  storiche, politiche e filosofiche    sviluppate in autonomia ora dal mondo tedesco, ora dal mondo francese, ora dal mondo mitteleuropeo.

E’ chiaro che proprio in Inghilterra  si formano i primi sentimenti  socialisti o che intendono orientarsi verso la realizzazione della difesa dei diritti dei lavoratori, che non potevano venire ridotti a schiavi, compresi tra essi gli stessi bambini e le donne. E’ chiaro  che proprio in  Inghilterra  si forma la prima  teoria  catastrofista  che ipotizza un punto in cui i popoli sarebbero  arrivati  a reclamare risorse che però non sarebbero  risultate  più disponibili per tutti.  Per la sopravvivenza del capitale, che comunque rimane l’elemento prioritario essendo che le leggi le fanno i capitalisti e non i nullatenenti,  si necessita del sacrificio della classe lavoratrice,  e si  teorizza  il bisogno naturale (che però di naturale non aveva nulla)  e sistematico  di una dispari ripartizione della ricchezza attraverso la teoria del valore della merce che equivale al salario  maggiorato del profitto.

Terreno fertile da cui ripartire, per Marx  e per tutto quel pensiero comunistico  che però troverà spazio non in Inghilterra ma proprio sul Continente, e nemmeno il continente nostro, ma quello orientale di Russia.

Parallelamente   fiorirà   tutta una serie di letteratura dal contenuto sociale  e romantico, come  il celebre  Oliver Twist dell’ancor più celebre Charles Dickens; lo scrittore dedicherà molte delle sue opere all’ingiustizia sociale subita dai lavoratori ridotti a schiavi,  come lui stesso ebbe in sorte di subire nella sua  primissima  fanciullezza.

Un focus su Adam Smith: teorizza la divisione del lavoro, il concetto di valore-lavoro  e il concetto di scambio-mercato dove distingue il valore d’uso dal valore di scambio. Il lavoro deve essere produttivo e semplificato per il lavoratore stesso; si deve parlare di specializzazione,  di  invenzione tecnologica e di istruzione-formazione da parte dello Stato.

Un focus su Malthus:  ritenne fondamentale il controllo demografico sulla  crescita  della popolazione per evitare il rischio di sovraffollamento e quindi il rischio di impoverimento delle risorse disponibili al fabbisogno e non certo inesauribili  o esposte alla facile  riproduzione  di se stesse.

Si rimanda per approfondimenti economici   alla teoria sul salario di Ricardo,  che in parte riprende Smith ma in parte se ne discosta.

Un focus su Robert Owen:  fu il primo a sperimentare tentativi comunitari e associazionistici nel campo  del lavoro, ma che purtroppo finirono per  fallire per  mancanza di capacità organizzative.  I suoi sforzi gli hanno fatto guadagnare il termine di padre del socialismo e di ispiratore dei primi movimenti anarchici in America, dove ebbe modo di vivere per un periodo. Marx definirà utopico il tentativo comunitaristico di Owen, e a questo contrapporrà la visione storica e dialettica  del marxismo.  Owen finirà i suoi giorni aderendo allo spiritualismo. Aveva rincorso un sistema economico fondato unicamente sul valore del lavoro, sul baratto, sulla lotta all’inflazione e alla speculazione, madri di tutte le povertà.

Un focus su Shelley: fu contemporaneo e amico di Byron, del quale però non ebbe lo stesso riconoscimento, ma  la stessa  vita spericolata e anticonformista; morirà  giovanissimo a trent’anni  affogando  nel mare davanti a Lerici, ma non viene ricordato per le sue stranezze o eccentricità; viene  ricordato,  tra le varie ragioni,    per  essere stato  un convinto sostenitore della pace e della non violenza, e a lui si ispirò lo stesso Gandhi  che diventerà il padre stesso del pacifismo.  Sarà rivalutato solo alla fine 800 e soprattutto nel primo e secondo dopoguerra  in Europa e in  America, da personaggi di cultura come Leopardi o Mazzini, prima; Virginia Woolf, Gabriele D’Annunzio, Tagore, il movimento vegetariano ( a cui Shelley  aveva aderito), i poeti decadentisti, gli anarchici,  la beat generation e lo stesso filosofo Bertrand Russell, dopo.

Per finire anche Coleridge merita il suo focus personale; per un breve periodo fu soggetto alla tossicodipendenza da oppio; questo difficile episodio gli causò non pochi problemi e la perdita di un suo amico carissimo, ma nello stesso tempo fu   per lui motivo di profonda riflessione e di profonda ispirazione poetica e letteraria. Le sue opere maggiori sono La ballata del vecchio marinaio (lirica) celebrata in tutta  Inghilterra (e non solo) come il simbolo stesso del suo pensiero  e le cosiddette poesie di conversazione o di meditazione.  Emerge il suo inconfondibile stile, fatto di pacatezza, armonia domestica, ricerca ed elogio della pace interiore  per una società  vera e non di pura  esteriorità. Il tema del male è dominante, ma dal peccato o errore che dir si voglia si può riemergere, e tornare alla luce.

Schopenhauer e il Mondo come volontà e rappresentazione

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ROMANTICISMO E SENTIMENTO

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