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Sulle ali delle montagne

La storia per me totalmente sconosciuta di Antonia Pozzi mi ha affascinato  e fatto riflettere.

La  collega Veneziano Rossana ce la presenta in prima serata e la platea ascolta attentissima la vicenda  incredibile di questa donna sfortunata  e  piena di talento.

Antonia è l’unica figlia   di una famiglia aristocratica che vive tra il mondo che conta  e le montagne amatissime della sua infanzia, quelle della Grigna. Il suo luogo elettivo è Pasturo, un borgo semplice dove la piccola Antonia ha modo di ascoltare  il silenzio delle valli e le voci dell’anima.

Rivela fin da subito la sua propensione per la  scrittura, in modo particolare  verso la poesia, e dopo il liceo Manzoni di Milano  decide di iscriversi presso l’Università Statale  alla facoltà  di  filosofia.

E’ forse l’unica donna presente  in un ambiente ancora escluso al mondo femminile (e non solo),  ed   Antonia ne fa parte non perché figlia di famiglia altolocata, ma perché personalmente attratta dal mondo metafisico e dal mondo letterario che lo fa vivere.

Qui conosce il maestro Antonio  Banfi e la sua teoretica    , insieme a un ricco circolo di intellettuali promettenti e tutti dichiaratamente antifascisti. E’ questo l’humus culturale nel quale Antonia si riconosce, ma per fare questo deve mettersi contro il padre, dichiaratamente fascista e favorevole al clima di repressione che l’Italia sta vivendo in quegli anni.

Antonia non è una ribelle, ha un carattere conciliante, diremmo collaborativo, ma una sensibilità fuori del comune, schiacciata  tra i voleri contrastanti della sua famiglia.

Prima di arrivare agli studi superiori, durante l’esperienza  liceale conosce e s’innamora   del suo professore di latino e greco, uno dei più preparati classicisti  dell’epoca.  Incurante della notevole differenza d’età ( di venticinque anni più vecchio)  in Antonio Maria Cervi  la giovane  Antonia non vede solo un condiviso  amore per le lettere e per lo studio del mondo classico; ci vede anche un uomo,  l’ispiratore delle sue passioni  erotiche, un assoluto di  vita con cui pensa  avrebbe potuto costruire una famiglia, dal quale avrebbe voluto avere un figlio, insomma, un sogno molto normale, potremmo dire,  di una sconvolgente banalità…

Ma per questa giovane, di alto lignaggio, membro di una famiglia importante,  perfettamente integrata nel sistema retorico  allora dirompente e così diverso dal suo mondo interiore (sono gli anni che vanno dal 28  al 38), non era ammesso sposare uno qualunque, un semplice borghese, che per vivere aveva bisogno di lavorare come un qualunque impiegato, e che in dote avrebbe potuto portargli nulla, nemmeno un titolo…

Per la giovane è un dolore immenso, che accetta  per senso di  costrizione   verso la famiglia  (  il padre  minacciava di sfidare a duello il malcapitato) , che è ovvio non si può   aspettare da una loro figlia, l’unica, un motivo di scandalo o di disonore. Antonia ne esce di fatto  lacerata, ed è facile immaginare l’inizio di un malessere  interiore  che la porterà, dopo altre delusioni cocenti,   alla decisione finale. Il suo è comunque un mondo al maschile, dove la donna, per quanto capace ed altolocata, rimane relegata a cliche  e a stereotipi…

La nostra eroina romantica  è di per sé  piena di talenti, qualunque cosa intraprende o avvicina la trasforma in un progetto, in un’idea formativa in sviluppo, ed è così che tra un viaggio e l’altro finisce per  avvicinare altri mondi, altri modi di raccontare e descrivere  la vita. Lo fa fin da piccola attraverso la poesia,  ma poi  anche attraverso le varie  amicizie che andrà   tessendo tra le più varie condizioni sociali, e infine   lo farà   attraverso la fotografia, della quale ci ha lasciato  scatti significativi e irripetibili.

Dopo ogni avventura o scoperta di aspetti nuovi dell’esistenza, alcune  che fanno  parte   delle sue radici  e altre    allargate al mondo fuori della sua speciale condizione,  questa ragazza solare e generosa di natura,    ritorna sempre alle sue montagne, alla sua casa d’infanzia, alla figura della nonna materna,  che per lei è come un grembo  sempre pronto a riaccoglierla e a consolarla  sulle   sue pene, dai suoi dubbi, dal suo incurabile senso di solitudine.

Ci saranno  un paio di  compagni di viaggio   fugaci   che riusciranno ancora in qualche modo a interessarla,; un poeta come lei  con cui  troverà una speciale amichevole   intesa,  Remo Cantoni,  e un uomo diverso da lei, di estrazione popolare, un intelletuale di gran fascino, Dino Formaggio, con cui passerà un indimenticabile pomeriggio estivo   tra i papaveri rossi  delle campagne milanesi; questi  l’avvicinerà al mondo dei   contadini, dei semplici, degli ultimi,  un mondo che la sorprende e la strazia,  verso il quale Antonia rivolge le sue domande spirituali    destinate a rimanere senza risposta.

Antonia è a suo modo credente, ma la sua fede non le permette di uscire da una specie di dolore infinito che giorno dopo giorno sembra volerla riportare sempre  al punto iniziale, il momento irreparabile   della perdita amorosa, di un progetto di vita negato, di un respiro di pace piena   che in lei sente essere stato soffocato per sempre e ingiustamente.

Lo stesso maestro di pensiero,  il Banfi,  le proibisce di continuare a scrivere poesie, scambiando le sue parole liriche come un agire adolescenziale  poco costruttivo e degno di attenzione. Per Banfi è solo la prosa degna di considerazione, ancora non capendo che dietro il lirismo di Antonia c’è il rigore del pensiero, c’è tutta la sua tensione estetica ed etica che la sua ex  allieva  ben conosce e ha ben sviluppato e fatto proprio.

Per fortuna Antonia non lo ascolta, non potendo mai privarsi dell’unica arma che possiede per vincere il  dolore di vivere.

Nonostante la  poesia, unica forma di gioia personale  che la tiene in vita,  la poetessa   arriva a suicidarsi a 26 anni, decidendo di abbandonarsi tra il gelo delle valli ai piedi dei suoi monti, dove verrà raccolta in fin di vita. Con sé aveva  la sua lettera di addio, lucida e  rassegnata,  dove consegnava le sue ultime  volontà.  Chiedeva ai suoi cari e a chi l’avesse amata, nonostante tutto,  di non piangere per lei,  perché non era la morte una cosa da cui fuggire, soprattutto se seppellita di fronte ai suoi monti, quei  sassi  granitici e possenti che lei aveva percorso in lungo e in largo  e tanto fatto suoi, come carne della sua carne, respiro del suo respiro.

Ventisei   anni che sono bastati a consegnarci   un’artista della parola  di primo spessore;   non semplici versi più o meno belli e più o meno profondi,  i suoi,   ma tutto un credo spirituale e vigoroso, tormentato e insondabile,  un    indomabile impulso verso il bello, il buono, il giusto… contro ogni vuota retorica, obbligo di facciata, desiderio di apparire senza essere, o desiderio  di realizzare senza donarsi.

La sua grandezza  e celebrità  comincia proprio con la sua scelta di morire, di addormentarsi tornando alla terra, nel grembo del mondo che ogni giorno è sempre pronto a risorgere dalla sua cupa notte.

Cosa può ancora oggi raccontare Antonia ai giovani e alle giovani  che vengono invitati a scoprire la sua armonia di vita? Tutto, ovviamente, e infatti  alcuni di loro si sono sentiti desiderosi di rispondere all’appello del farsi  “poeti per un giorno”.

Anche loro hanno voluto tentare le loro strofe acerbe o più e meno mature. I loro versi sono stati sottoposti ad una giuria, che ha cercato di soppesarne la sostanzialità e la sconosciuta possibile bellezza. Forse tra loro c’è già una nuona Antonia Pozzi, e questo basterebbe a dare un senso al non senso.

Ecco, se dovessi intitolare una scuola, una via, una piazza, mi piacerebbe intitolarla ad Antonia Pozzi, che dopo tanto tanto tanto  dolore, lei che poteva avere tutto e di tutto (cioè dell’unica cosa importante) è stata privata,  lei che poteva  facilmente accontentarsi, avendo già molto,  ma che ha preteso per sè solo   il Vero o piuttosto  il  Niente,  ha deciso di addormentarsi come sfinita, come non più capace di camminare, lasciandoci  il suo grido sommesso che sembra chiamarci dal fondo del mondo  e dai prati verdi dei suoi boschi;  ci invita  a raccoglierci  silenziosamente sotto il cielo azzurro e splendente delle montagne, sotto le sue albe e i suoi tramonti, sotto il rumore dell’acqua che rivola tra  le zolle, sotto le coltri di neve biancastra e lucente;  quello stesso cielo che Antonia decise di raccontare nei suoi celebri versi.

Ecco riportate   alcune parole, quando le parole sono la vita stessa.  “Un destino”

Lumi e capanne
ai bivi
chiamarono i compagni.
A te resta
questa che il vento ti disvela
pallida strada nella notte:
alla tua sete
la precipite acqua dei torrenti,
alla persona stanca
l’erba dei pascoli che si rinnova
nello spazio di un sonno.
In un suo fuoco assorto
ciascuno degli umani
ad un’unica vita si abbandona.
Ma sul lento
tuo andar di fiume che non trova foce,
l’argenteo lume di infinite
vite – delle libere stelle
ora trema:
e se nessuna porta
s’apre alla tua fatica,
se ridato
t’è ad ogni passo il peso del tuo volto,
se è tua
questa che è più di un dolore
gioia di continuare sola
nel limpido deserto dei tuoi monti
ora accetti
d’esser poeta.

Qui potete leggere le sue poesie più belle…

 

 

 

 

Umberto Eco

Umberto Eco  nasce il  1932  e muore il  2016.  Passa alla storia come il filosofo/semiologo  dell’inganno, della comunicazione mascherata ed equivoca. Come già anticipato è sostenitore del pensiero debole, del pensiero critico  e pessimista, ma nella sua vita si è occupato di tutto, cinema, letteratura, accademia,  televisione, musica, spettacolo,  giornalismo,  fumetti, politica, bibliofilia e   traduzione.  Si impone alla notorietà  con la pubblicazione del suo  primo  romanzo Il nome della rosa, una storia  di delitti  oscuri ambientata nel medioevo dentro un ambiente monastico che viene con maestria dissacrato intorno al tema emblematico del riso ( inteso come voce del verbo ridere). Il libro diventa un best seller e finirà per essere da Eco  detestato a morte, perchè nessun romanzo a lui succeduto  potrà più  replicare  e competere con questo.   Emerge da subito il suo stile innovativo, controcorrente, sperimentatore e  conoscitore del   sistema dominante.

Per caso entra nei circuiti televisivi della Rai, che diventerà  per lui come una seconda casa e dove   arriverà a ricoprire un ruolo fondamentale nella sua carriera di uomo pubblico, versatile  e di critico/rinnovatore.  Il filosofo dichiara in più interviste di avere assistito a un progressivo declino della   qualità della comunicazione, che  nel tempo tutto è andato peggiorando e scadendo nel contenuto  e nella sostanza.  Leggi di odiens  la fanno da padrone sulle priorità contenutistiche  che vengono soffocate e sacrificate al dio denaro. L’avvento del digitale non ha contribuito  per se stesso a migliorare le cose, con la differenza che l’ignoranza di pochi è semmai diventata l’ignoranza di  molti, di quelli che non si fermano a riflettere e a leggere i messaggi nascosti/da decifrare.

Una delle emergenze che il filosofo denuncia è la totale assenza di memoria da parte soprattutto delle nuove generazioni; i giovani vivono dentro un circuito mediatico dove  regna il caos generale, la consumazione dell’attimo,  e sono venute a mancare le coordinate di fondo che ogni essere umano in quanto membro di una Storia  collettiva  in evoluzione   dovrebbe come minimo conservare. In pratica, i giovani non sanno collocare episodi storici fondamentali non solo nel giusto anno/periodo storico ma persino disconoscendone  le coordinate  di riferimento.  E’ come  avere in casa un letto a  testa in giù, una scala che non può essere nè salita nè scesa, insomma, un nulla di fatto.

Prima priorità quindi è Recuperare la storia e le sue coordinate fondamentali.  Per fare questo è importante avere un buon libro di testo ( in questo caso sia di storia che di filosofia),  che sia ricco di immagini come di sussidi audiovisivi e multimediali,  perchè e noto che aiutano l’apprendimento.  Lo studio della storia/filosofia   è contemporaneamente studio della geografia, ossia del mondo inteso nella sua spazialità e nella sua conformazione  territoriale, è ovvio.  No ai sussidi  rigidi, che seguono pedissequamente il programma, che si prefiggono di essere una specie di vangelo assoluto (e nello specifico critica il Lamanna). Il testo deve avere la funzione di avvicinare, incuriosire, stimolare, porre domande, alle quali l’alunno deve provvedere a dare le proprie risposte, altrimenti   la didattica viene persa di vista e perde in efficacia.  Eco non si lascia nemmeno  sfuggire   le potenzialità del multimediale in termini di ricaduta gnoseologica/apprenditiva, e si fa sperimentatore di nuove teorie della narrazione proprio grazie all’uso dei media,  oltre che un grande  sostenitore dell’open source e un grande entusiasmato   lettore di wikipedia, giusto per citare una delle maggiori fonti  editoriali  mediatiche.

Si pone contro i luoghi comuni che decide di combattere e di cui la scuola e non solo è ricolma;  è un pensatore fortemente europeista, ma curiosamente scopre la bellezza europea  solo dopo un suo viaggio in Usa; dall’altra parte dell’oceano   si accorge che gli americani guardano all’Europa come ad un gioiello a cui tendere  e verso cui ispirarsi, perchè  sanno che loro vengono da qui, e sanno che loro sono un nostro prolungamento, anche se poi hanno preso delle caratteristiche  proprie. E poi  siamo noi europei che dall’esterno ci rendiamo conto di quanto  in casa nostra   si  abbia molto di più che all’estero  non può essere trovato.

Anche se il  mondo è diventato  globale  non si deve perdere lo studio dei classici che secondo Eco devono rimanere testi OBBLIGATI.   Difende la  funzione dell’Erasmus  ed incoraggia l’avvento di una lingua condivisa dentro una realtà multilinguista   che dovrebbe diventare polilinguista.  Se i giovani odiano i classici è solo colpa  dei docenti che non hanno saputo trasmettere la loro insostituibilità.  Sappiamo  quanto Eco stesso fosse una grande conoscitore del Medioevo e quanto lui stesso sia stato uno studioso della classicità.  E poi ricordare il passato significa potere avere un futuro migliore.  Ma cosa ricordare?  e cosa selezionare dentro il mare magnum della rete che passa di tutto tra cui la stessa spazzatura   della sub cultura dominante?   Come sapere riconoscere un testo falso da uno  da  conservare?  Non lo si può fare senza prima averlo letto, e quindi è importante creare il senso critico che ci può proteggere dalla cattiva  comunicazione.

La prima cosa che va insegnata ai giovani è di leggere, qualunque cosa anche i fumetti vanno bene; un uomo che legge ne vale almeno  due.  Il momento della lettura dura tuttala vita, è un viaggio meraviglioso e personale, che ognuno può costruirsi come meglio crede.  I media aiutano nella diffusione del sapere, ma solo se ci facciamo i capitani di questo  cammino. Dentro questa diffusione della buona cultura  la televisione ha occupato ed occupa un ruolo di primo piano. Con il maestro Manzi  gli italiani  hanno imparato  a leggere e a scrivere(giusto per fare un esmpio);  avevamo una tv che faceva bene ai poveri e male ai ricchi, che molti ci invidiavano, come  altre cose che abbiamo nel tempo mandato alla deriva.

Oggi abbiamo una tv che fa male ai poveri e bene ai ricchi,    che intanto  i mezzi per formarsi li vanno a reperire altrove.   Popper ha molto scritto sulla teoria del complotto e come già detto altrove   ha molto  scritto del come fare buona televisione; esisterebbe una congiura che si adopera perchè tutto questo non  accada, ma di dette prove conplottiste   non è mai stato trovato molto. Semplicemente se un programma è cattivo bisogna sapere spegnere la tv, e diventare   critici cioè capaci di scegliere.   Insomma,  è ammesso cambiare idea.    Lui stesso che da giovane aveva frequentato le fila dell’Azione cattolica, studiando Tommaso d’Aquino perde la fede (secondo Eco  fortunatamente) e si rende conto  dell’inganno che alberga dietro  questo modo   errato di   credere. Sempre  senza con questo voler dare degli idioti alle intelligenze  religiose  che hanno il diritto di conservare il loro pensiero. L’alternativa alla cattiva tv (come alla cattiva fede)   può essere l’uso  critico della rete (come l’uso critico della fede).

Tornando al tema   del complotto,   sono esistite ed esistono forme di complotto conosciute,  anche editoriali;   la  più celebre tra tutte  riguarda la pubblicazione dei Savi di Sion, un testo che non ha nessun fondamento storico e scientifico, ma solo quello diffamatorio e propagandistico a  danno degli ebrei. Ma  non bisogna fare la fine di quello che urla Al lupo al lupo per ogni nonnulla;  il giorno che il lupo arriverà per davver nessuno più ci crederà.   La stessa rete è ricolma di teorie complottiste contro tutto e contro tutti, ma non per questo  bisogna darci credito.    Umberto Eco sostiene che in questo modo si perde di vista il  vero problema.  Una teoria complottista vera  prima o poi si rivela tale, mentre se tale volesse   rimanere, con i mezzi di segretamento e depistaggio esistenti,    non ci sarebbe verso di sventarla.    E poi c’è il complotto su ordinazione che ha lo  scopo di spostare il focus da un punto reale   verso un punto deviato.  Insomma, non mancano le bufale ed i complottisti di professione che devono  ricevere  il tempo  che   meritano. C’è tutta una letteratura che gioca sull’equivoco, sulle coincidenze, sulle supposizioni, sulle patologie  psichiatriche  di lettori paranoici e schizofrenici. Il filosofo dedica anche molto tempo al legame esistente tra  la cultura di massa e l’uso dei mass media nel periodo fascista,   dove passavano attraverso i programmi  e le immagini   selezionate i valori verso la tradizione, il rifiuto del modernismo, il culto dell’azione per l’azione, la paura delle differenze, l’appello alla frustrazionw  delle classi medie , lo stesso tema  del complotto, il machismo  e  il populismo qualitativo. Un uso mediatico della tv  praticamente mai uscito di scena.

In generale    è  risaputo che le buone notizie non vendono, sono le tragedie che fanno cassa, è la passione per il gossip, il pettegolezzo, l’ingiuria, il delitto, il malaffare, il malcostume,  il sospetto verso chi ci vive accanto…finendo per dominare sul buon senso  che   la macchina del fango  distrugge, inquina, corrompe, delegittima, discrimina. Dentro tutto questo al buon lettore  non rimane che la speranza che il buon giornalismo sopravviva. Lo  stesso gioco linguistico dell’alluccinazione e dell’inganno viene spesso usato anche da Eco nei suoi scritti, dove dichiara di divertirsi  a far dire ai suoi personaggi le cose più assurde,  dove però rimane  evidente che si sta facendo un gioco   rocambolesco,   dove si avvisa che  non bisogna credere  a nulla, dove si insegna  a  rimanere con le orecchie e gli occhi  bene aperti…

Alla fine emerge una grande considerazione da  parte di Eco per il nostro  mondo  Italia, che  non ha un sistema paese, che non ha un’unità di popolo, ma è ricco di  persone geniali  che tutto il mondo ci invidia e che molto hanno dato alla storia  del pensiero.  Per fare un esempio, il nikilismo ha attraversato sia l’Italia che la Germania, con la differenza che in Italia Leopardi ne ha fatto un motivo per essere migliori, la Germania lo ha preso per se stesso ed ha prodotto il nazismo. Insomma, noi avremo molte pecche  ma  abbiamo una forza straordinaria  che ci spinge a  risorgere meglio degli altri dalle varie catastrofi e prove di  resistenza.  E  nonostante noi stessi si sia ricchi  di delitti eccellenti e per nulla inventati, a partire dal caso Mattei, il caso Pinelli, Papa Luciani, Aldo Moro, Ambrosoli, Sindona,  Dalla Chiesa, Borsellino e Falcone,  Mafia capitale…tutti argomenti  fatti su misura per istigare le teorie complottiste  dove la realtà supera la fantasia.

Giuliano  Ferrara, il giornalista, accuserà Eco di fomentare l’odio e di essere di parte, trascurando l’insegnamento liberale di Kant, che avrebbe studiato  ma non compreso.  I suoi studenti invece lo adorano, lo ammirano e lo inseguono,  perchè Eco potrà essere criticato per la sua personalità diciamo senza dubbio partigiana (tutti gli uomini di carattere finiscono per esserlo),   ma   sempre senza dubbio  espressione  di  se stesso, genuinamente amante del dialogo diretto e senza velature,  lui che gli imbrogli li lasciava tutti  nelle parole dei suoi personaggi. Non si contano le onoreficienze  italiane  e    straniere da lui ricevute, le collaborazioni accademiche e le cittadinanze onorarie.   E poi nessuno ci vieta di seguirlo sul suo stesso cammino, rendendogli la stessa pariglia e lo stesso  sagace umorismo.

Heidegger

Heidegger nasce nel 1889    e muore nel  1976.

« Da sempre – scrive Jaspers- i filosofi tra loro contemporanei si incontrano in alta montagna, sopra un vasto altopiano roccioso. Da lassù lo sguardo spazia sulle montagne nevose e ancora più in basso sulle valli abitate dagli uomini e sull’orizzonte lontano e in ogni dove sotto il cielo. Là, il sole e le stelle sono più lucenti che in qualsiasi altra parte. E l’aria è talmente pura che dissolve ogni opacità, talmente fredda che non lascia levarsi alcun fumo, talmente limpida che uno slancio del pensiero si diffonde in spazi immensi. […] Oggi sembra che su questo altopiano non ci sia nessuno da incontrare. Ho avuto l’impressione […] di incontrarne uno soltanto e – tranne lui – nessun altro. Quest’uomo però è stato un mio cavalleresco avversario: le potenze che noi servivamo, infatti, erano irriducibili tra loro. Presto apparve evidente che noi non potevamo affatto parlare uno con l’altro. E così la gioia si trasformò in dolore, un dolore particolarmente inconsolabile, come se si fosse perduta una possibilità che sembrava prossima, a portata di mano. Così è andata tra me e Heidegger. Per questo trovo insopportabili, senza alcuna eccezione, tutte le critiche che egli ha subito: lassù, infatti, su quell’altopiano, non avrebbero trovato posto. Per questo vado alla ricerca della critica che diventa reale nella sostanza del pensiero stesso, alla ricerca della lotta che rompe l’assenza di comunicazione dell’inconciliabile, della solidarietà che lassù – trattandosi di filosofia – è ancora possibile anche tra chi è più estraneo. Una critica e una lotta intese in questo senso sono forse possibili, eppure vorrei, per così dire, tentare di catturarne l’ombra »

Questo testo di addio che  il filosofo  Jaspers  dedica ad  Heidegger  poco prima di morire ci racconta di un sodalizio filosofico ed intellettuale  che  era esistito tra l’inarrivabile  compagno  di  pensiero  e lo stesso  amico   esistenzialista.  Ma non può essere compreso senza conoscerne i precedenti.

Tutto accade tra il  maggio  1933 e la primavera del   1934;  Heidegger viene insignito del rettorato dell’università di Friburgo,  dopo che era stato di Husserl, il suo maestro, e dopo che il  suo predecessore ne fosse stato destituito per incapacità. Heidegger accetta pressochè obbligato   tra  le insistenze generali, ma le sue perplessità sulla cosa non mancano;  si ritiene da subito inadeguato a questo ruolo, lui che non aveva mai fatto politica  e non sie era mai  occupato di  amministrazione  e burocrazia. Tiene un discorso  che chiaramente appoggia l’avvento del nazionalsocialismo intorno al quale si stava costruendo tutto l’apparato nazista  che ben presto porterà alla nazificazione  della  Germania  con al governo  Hitler, ma che nel suo intento nobile  voleva solo dare lustro e dare un’opportunità  all’Università  in quanto tale e in quanto  Istituzione  sovrana,  vista come  un’importante  protagonista che avrebbe potuto dare il suo contributo  alla necessaria organizzazione  tecnica  e scientifica di tutti i saperi; peccato che il filosofo parlasse al vento, all’aria, a vuoto.  Il discorso  Croce lo  giudicò,  dopo averlo letto,  superficiale e inappropriato. Ma ormai la frittata era stata combinata, ed il  nome  di uno dei più grandi  filosofi  del ‘900   è rimasto compromesso e macchiato. Non solo il suo nome, ma anche  il ruolo legittimo  della filosofia  di fronte alla società  e alle sue  imperiose necessità.

Avendo Hitler un chiarissimo intento antisemita e avendo già precluso l’accesso e la permanenza di  professori ebrei  nelle cariche  universitarie e non solo,  lo stesso Jaspers, di origine ebrea,  era stato costretto ad allontanarsi  tra  l’impotenza  dello stesso  Heidegger, tutto preso  dalla propria carica  e  convinto  che il suo ruolo avrebbe potuto   in qualche modo lasciare un segno utile al Paese e alla sua  costruzione civile.  L’errore inappellabile di Heidegger poi sarà quello di entrare nelle file del nazionalsocialismo, come membro pubblico   dell’apparato nazista. Indubbiamente un atto a lui obbligato, visto la carica che rivestiva,  ma che non lo  discolpa dalla responsabilità di non avere mai detto una sola parola, prima della morte e dopo la fine della dittatura,  contro quel periodo, contro il suo essere stato nazista ( forse per orgoglio?).  Insomma, con Heidegger la filosofia ai suoi massimi vertici si macchia di una caduta  che  con molta difficoltà  riuscirà  in  qualche modo   a recuperare.  E che comunque ebbe il prezzo certo di un’amicizia distrutta  tra gli alti e bassi  della sua faticosa ripresa. Naturalmente non si tratta banalmente  di un’amicizia andata in fumo,  ma della desolante  impossibilità di dialogo  che si viene a creare  quando  due punti di analisi  arrivano a divergere  diventando  inconciliabili.

Che lo stesso Heidegger poi non piacesse allo stesso nazismo è addirittura arci noto; non piaceva il suo essere così poco uomo d’azione, così poco uomo di partito  o infiammatore di adunate  popolari;  non piace il suo linguaggio  cattedratico  e per nulla  militante  che  affatto soddisfava  il  bisogno di  propaganda  nazionale,  insomma, il suo essere se stesso aldilà di quello che potevano essere i suoi metafisici    e per l’appunto filosofici discorsi,  che nulla piacevano ai gerarchi e agli ideologisti  del regime.  Il rettorato dura poco meno di  un anno, ed Heidegger si dimette  per incompatibilità con il clima politico e intollerante  che gli stava facendo una pressione continua.  Torna ad insegnare,  ma sono anni difficili, ormai compromessi,  che nemmeno  troveranno una  facile risalita dopo il ’45, quando il filosofo di  Essere e Tempo  viene accusato apertamente d’essere stato nazista. In questo periodo di lunga crisi H. si mette in un volontario isolamento  dove riesce a elaborare lo sviluppo del suo pensiero. Riflette sul rapporto della tecnica  con l’uomo, dove la tecnica domina e riduce l’uomo a cosa da dominare. Riflette sul linguaggio definendolo la casa dell’essere dove abita   l’uomo, andando ad assumere toni mistici.

Indubbiamente H.  aveva  compiuto un errore di valutazione di fondo; aveva creduto   che il nazionalsocialismo avrebbe impedito l’avvento del bolscevismo in Europa e in Germania, pericolo incombente  e temuto da più parti. Per ostacolare questa possibilità esterna    non  riesce a dare il giusto peso  a quello stesso  regime  diddatoriale  presente nel seno  stesso  del paese. Persino davanti alla liberazione e alla fine del regime  Heidegger accoglierà con un certo  scontento  ideologico  il fatto storico  d’essere stati  salvati proprio dai bolscevichi   e dagli sgherri  americani…

L’amico Jaspers sopravvissuto a quel tempo    inizialmente avrà verso di    lui un comportamento molto duro, ma poi  tenterà nei suoi confronti un riavvicinamento, riconoscendo nell’antico compagno di riflessione   un uomo valido di pensiero;  tuttavia quando Heidegger fino alla fine si rifiuta di ammettere le sue responsabilità  dovendo fare critica verso quello che da parte sua apparve  come un comportamento  inadeguato,  allora si chiude definitivamente un’intesa e cade definitivo il silenzio.

Ma chi era Heidegger aldilà del suo essere stato nel posto sbagliato nel momento sbagliato?   Era ed è stato appunto uno dei massimi pensatori del ‘900, che merita d’essere  ripreso aldilà delle sue compromissioni con  una faccia  della Germania che il mondo intero ha messo   a testa in giù, per sempre.  Si può distinguere due Heidegger, quello prima del nazismo e quello dopo il nazismo. Quello di Essere e tempo, e quello di Ormai solo un Dio ci può salvare e Lettera  sull’umanesimo. H. parte dall’Essere per  definire l’essere. Domanda: cos’è l’essere?  Il contenuto è fatto dalla domanda (punto di partenza),del termine dativo  a chi si domanda (punto di mezzo), e del termine oggettivo sul   cosa si trova (punto di arrivo).

Dunque, la domanda  è Chi è l’essere, viene fatta all’ente che è perchè c’è l’esserci, che altrimenti  non  ci sarebbe interlocuzione,  e quello che viene trovato è il senso dell’essere.  Insomma, tutto ruota intorno alla parola Essere e tutto accade  dentro un tempo che è il tempo dell’esserci, dell’essere qui e ora. L’uomo è l’esserci che si  chiede chi è.  Lo fa perchè può farlo e solo lui tra glia esseri viventi può fare questo. Ne consegue che l’uomo è chiamato a dare un senso al suo esserci nel tempo, al suo essere gettato nell’esistenza (espressione già incontrata mentre si parlava dell’esistenzialismo di Sartre). Mentre Sartre è materialista e nega l’esistenza dell’essere ontologico ed ontico,  Heidegger è  per una concezione  non materialistica    dell’uomo, in quanto finalistica,   e non può prescindere dall’idea di  anima.  Il richiamo trova le sue radici in Parmenide, Platone, Aristotele, e poi in Pascl  e   Kierkegaard,    che ha fatto del concetto dell’angoscia  il centro della vita.    Per Heidegger quell’esserci   è la possibilità dell’esistenza, del proprio scegliere chi essere, come essere, perchè essere. Noi siamo un progetto, ciò che amiamo essere.   L’uomo ha da essere, è l’artefice del proprio destino. E sa che dovrà morire, che il suo progetto finirà, che il suo progetto  dipende da lui e dalla sua capacità di scelta.

L’ontica si occupa dell’essere particolare e l’ontologia  dell’essere universale.  L’esserci è l’essere nel mondo in rapporto con le cose, che sono mezzi messi a disposizione dell’uomo. In base a come la vita viene vissuta, essa può diventare autentica o non autentica.  Le cose vanno usate se servono, se non servono devono rimanere inutilizzate.  L’uomo deve prendersi cura delle cose,  di se stesso e degli altri, se si vuole la coesistenza.  La stessa coesistenza può essere autentica se ci si aiuta nel profondo,  o inautentica, se ci si aiuta solo in superficie,sulle cose, sulla vacuità, sulla chiacchiera.

Nel caso della vacuità si va incontro all’inganno, alla menzogna, all’equivoco. Il destino dell’uomo è la reificazione, e per combattere tale destino  occorre  dire no alla vita inautentica. Ecco il pessimismo di Heidegger,  che non crede nell’uomo e nella sua possibilità di salvarsi da solo. Di certamente autentico nella vita c’è solo la morte, allora occorre vivere nella morte, anticipando la morte stessa. Ma cosa significa?  L’anticipare la morte di Heidegger significa che dobbiamo saperla guardare in volto senza averne paura; l’angoscia si può controllare, la paura invece ci vince e ci distrugge. In quanto alla morte, si può vivere sempre e soltanto quella degli altri, mai la propria, che a sua volta diventa morte per gli altri che l’assistono.  L’anticipare la morte, concetto centrale per comprendere Heidegger,  è  l’essere consapevoli del proprio stato di morituri e farne un punto di forza.

Dopo gli eventi disastrosi del suo rettorato fallito, Heidegger si rifugia nell’esaltazione della poesia, attreverso le opere di Holderlin,  di cui elogia   la sua funzione di custode della vita, della verità, della bellezza, oltre lo sfascio della realtà che si è precipitata nella tecnologia  che ha ridotto l’essere a mezzo. La poesia è l’arte suprema che    permette  alla verità di svelarsi. E’ ciò che lascia accadere la verità. Seguono anche importanti studi su Nietzsche, che già abbiamo anticipato (vedere l’articolo su Nietzsche), visto da H. come l’ultimo dei filosofi della vecchia idea di metafisica e l’iniziatore  della nuova.

In  Ormai solo un Dio ci può salvare  ( dove in una intervista  il filosofo spiega fatto dopo fatto quello che accadde  in quegli anni terribili) e Lettera  sull’umanesimo      l’autore vuole  tirare le fila di una vita  spesa intorno a un progetto che è rimasto  inconcluso, spezzato, irrisolto.  Ma estremamente illuminante è proprio  l’intervista rilasciata sui fatti che incriminarono per una leggerezza di percorso   questo grande uomo di pensiero.  Qui se ne può trovare il testo integrale preso dalla pagina blog di Gabriella Giudici, che ringrazion fin d’ora  per la sua sentita passione d’insegnante.

Per concludere, mi sembra di potere affermare questo: il fallimento di Heidegger potrebbe rappresentare il fallimento di tutta la filosofia di quel tempo, che non seppe in nessuna maniera  far fronte alla follia hitleriana da un alto, come   alla follia bolscevica dall’altro.  Solo a guerra  finita,  ci fu il tempo e lo spazio delle riflessioni, delle denunce, delle confessioni, delle ammissioni di colpa e delle celebrazioni.  A volte nemmeno dopo.    Molto tempo verrà riconosciuto   alla memoria, al dovere di ricordare per non dimenticare e per non lasciare nell’ignoranza le generazioni  future che  non essendo state testimoni di quegli  eventi   sarebbero potute  entrare  nel loro compito di  uomini del futuro  senza le adeguate competenze  ed i giusti  saperi.  Heidegger ha cercato di spiegare che  lui non fece mai nulla di quello per cui fu accusato; non collaborò coi nazisti (non nel senso terribile che gli fu incriminato), non appoggiò la persecuzione  ebrea, non ruppe mai il suo legame con Husserl, nè con lo stesso Jaspers, nè con altri studenti ebrei con i quali continuò ad avere contatti, non bruciò mai in piazza i libri messi all’indice dal  regime, non fece mai nulla di tutto quanto gli sarà attribuito dalla maldicenza  e dalla calunnia.  Se poi le sue parole di discorso non furono comprese o equivocate da chi non volle capire, lui non   se ne è mai   ritenuto responsabile.  Lui stesso pagò a caro prezzo il suo non avere collaborato coi nazisti, perchè verrà da questi giudicato un professore inutile, mandato a zappare per le strade  e  umiliato  in ogni maniera  per la sua  inconsistenza  professionale.   E infine  non può nemmeno chiedere scusa al mondo d’essere stato nazista, visto che tutta la Germania in quei giorni celebrò il nazismo e non solo, e  tutte le massime esponenti europee lo celebrarono riconoscendolo come loro interlocutore. Come lui aveva cercato di fare.

Ecco,  questo  è il punto.  Di cosa è stato accusato allora  Heidegger? Di essersi fatto fotografare con i gerarchi, che lo immortalano  in quei dieci mesi che rimase  maldestramente e con grande sofferenza   al comando dell’Università?  Immagini storiche    che  bruciano  come un deserto in fiamme.   E  in definitiva di avere accettato un incarico dal quale non poteva uscirne  integro.  Avrebbe dovuto dire di no, e basta. Un semplice no, chiaro, preciso, inequivocabile, perentorio, inappellabile.   Quando  la filosofia ha il dovere di dire di no.

 

 

 

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