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Il Davide di Michelangelo vola a Dubai…ma l’originale è solo nostro…

Il David di Michelangelo rappresenterà l’Italia al prossimo Expo mondiale di Dubai del 2021, il capolavoro sarà l’icona di una nuova rinascita mondiale dopo la catastrofe del Covid-19. 

Il bisogno di futuro

La BIG CITY LIFE o STREET ART…

Non è solo arte di strada, o un insieme di  murales, o un modo artistico   per rendere speciale ed unico il luogo dove viviamo; è anche un’identità simbiotica   tra gli abitanti e le loro case, il loro paesaggio circostante, che anzichè essere anonimo e trascurato, solo nel guardarlo al mattino, ad ogni risveglio, infonde carica, energia, voglia di vivere.

Quanto meno questo è l’effeto che produce…

 

Etty Hillesum

Non sapevo  dell’esistenza di Etty Hillesum, e nemmeno immaginavo che il mondo abbia potuto avere in sè la capacità di possedere l’eroismo assoluto anonimo   che solitamente viene associato (intendo dire l’eroismo) ai Grandi eroi mitologici, come ai Grandi personaggi storici noti e celebrati. E’ stata una collega che è sempre molto attenta a queste pillole di generosità, e le va cercando, spulciando, scegliendo, per poi proporle come perle preziose al bisogno inconscio di verità presente nei giovani.

L’eroismo assoluto anonimo non è l’eroismo assoluto famoso. Sono due cose diverse.

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Van Gogh sulla soglia dell’eternità

L’ultimo film uscito sulla vita del celebre pittore si occupa degli ultimi anni della sua vita.

Lo stile è neorealista, usa immagini sfuocate, sghembe, con primi piano e grandi inquadrature paesaggistiche che si rincorrono. C’è  lui che si ricorda oltre che raccontarsi,  lui che dietro lo schermo nero entra nella sala del cinema  attraverso la sola voce, come se fosse presente e narrante se stesso; lui che si mette a nudo con tutte le sue fragilità, senza mai cadere nel baratro  della follia, non si capisce per quale miracolo. Se c’è un’ombra scura che lo rincorre, che lo minaccia, che lo fa sentire in pericolo, è sempre l’ombra dell’altro, di quello che non lo accetta per la sua diversità, per la sua stranezza, per la sua originalità fuori da ogni canone.

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I pittori della 5B

 

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Gadamer

Gadamer nasce  nel  1900  e muore il 13 marzo   2002, ultracentenario.  Passa alla storia come il teorico del Circolo ermeneutico gadameriano; allievo di Heidegger, autore di Verità e metodo, che scrive come sua unica opera all’età di sessant’anni  dopo essere andato in pensione. Da lì in avanti inizia la sua seconda vita di filosofo invitato nelle conferenze di tutto il mondo  per discutere della sua teoria  sull’interpretazione.

Dedica tutta la sua prima esistenza all’insegnamento;  multilinguista, finisce per diventare,  piccola curiosità,  cittadino onorario di Napoli,  e assiste come  testimone diretto allo sfascio della Germania che viene divisa in due fronti, quello occidentale e quello orientale. La Repubblica federale occidentale si risolleva partecipando al piano Marshall, ma la parte orientale rimane sotto il regime sovietico.

Nel 1989 assiste alla caduta del muro, un evento  storico di  liberazione/riunificazione  da un lato, e di distruzione/smantellamento  dall’altro.  Ha modo di  sviluppare    il concetto di verità che si rivela come certa e bella in quanto tale, dentro un’esperienza extrametodica; critica l’eccessivo rigorismo  delle scienze tradizionali  che tendono ad umiliare l’uomo relegandolo a conoscenza di grado inferiore.

Il suo libro si divide in tre parti; una dedicata all’arte, una alla storia e una al linguaggio. L’esperienza extrametodica (disprezzata dalla scienza)  è originaria e radicale, mentre quella metodica è rigorosa, ma non lascia spazio adeguato  alle tre parti sopra indicate  e che rappresentano  una  sezione importante  del vivere.  Gadamer prende lo spunto dallo stesso maestro, Heidegger, che aveva definito la  parola  come la casa dell’uomo dove abita la  poesia e la sua funzione  educatrice.  Il mondo è pieno di scienza come di spettacolo; lo spettacolo del mondo proviene dall’arte, non dalla scienza che ne  decifra l’apparire   senza leggerne la totalità.  Anche nella Storia accade la scienza dello Spirito contro la scienza della Natura; il pensiero tedesco è ricco di questo concetto dello Spirito, già con Hegel  che ne fa la sua monumentalità  rigorista. Gadamer non segue la via hegeliana ma vi contrappone   la via INTERPRETATIVA; significa che per comprendere un fatto storico occorre calarsi dentro le persone e i fatti che sono accaduti, e quindi interpretarli. In quanto al linguaggio, è la fonte delle leggi e le leggi sono testi che vanno a loro volta interpretati.

Gadamer  individua tre momenti salienti nella sviluppo della Storia:  l’Umanesimo italiano,  la Riforma protestante  ed il Romanticismo europeo.  Nel primo momento si passa dall’uomo medioevale all’uomo moderno; nel secondo momento l’uomo  si fa lui  stesso nella sua singolarità interprete della parola scritta, e quindi lui stesso sacerdote della sua vita (lo stesso Gadamer è protestante); nel  terzo momento  l’uomo  scientifico/uniformato  si  eleva  a uomo dello spirito, uomo originale, uomo creativo, uomo innovativo e scopritore  di sempre nuove forme di espressione, o meglio, di nuove chiavi di lettura ed interpretazione della storia. Il romanticismo tedesco  ha tre figure gigantesche di questo  romanticismo, che sono Marx, Nietzsche e Freud. Marx  per il campo storico/sociale, Nietzsche per la sua Volontà di potenza, Freud per il concetto di conscio/inconscio. Ognuno di loro ha indicato una via su come interpretare o la Storia, o il declino dell’Europa o il Ciò che non si vede ma c’è.

Dello stesso parere sarà Luigi Pareyson, un filosofo italiano, che  elabora una teoria personale sull’interpretazione, dove approfondisce il legame del singolo con la verità; dentro il processo interpretativo la verità in quanto se stessa non viene mai esaurita,  ma sempre rilanciata e condivisa; Gianni  Vattimo ed Umberto Eco saranno due degli allievi dello stesso Luigi  Pareyson, che però daranno radicalizzazioni pessimistiche approdando a quello che verrà definito  il Pensiero debole (che sarà approfondito negli articoli successivi).

Nè Pareyson nè Gadamer appartengono a questo circuito del pessimismo, ma l’ermeneutica cammina con le sue gambe oltre i loro stessi fondatori, e raggiunge apici drammatici e critici;  si è arrivati a quelli che sono detti i sette sensi dell’ermeneutica, ossia:  ogni fatto  che si va ad interpretare ha una  ESPRESSIONE,  ESECUZIONE, TRADUZIONE, CHIARIMENTO,  COMPRENSIONE, ERMENEUTICA DEL SOSPETTO ED IPERBOLE.  La prima era già di Aristotele, la sesta   è tipica delle filosofie postmoderne  che  sono inquinate dal concetto di demistificazione del reale, e la  settima  è quella che si è ereditata  da Nietzsche che sosteneva che i fatti  non esistono  ma esistono solo le loro   interpretazioni. Siamo in un mondo dove comprendersi è diventata un’impresa difficile.

Tornando a Gadamer, egli sostiene che  ogni singolo  elemento  presuppone la comprensione del tutto, che  l’essere che può venire compreso è linguaggio, ma che non  esiste solo il linguaggio/parola   ma che detto linguaggio multiforme   serve all’uomo per decifrare i vari e sempre più  oscuri   segni  della realtà  che vanno  oltre la parola.  Tuttavia  rimane un mondo fisico/psichico  che ci rimane ignoto e indomabile, indifferente e lontano. Senza per questo dovere cadere negli estremismi, come accadrà ad altri.

Il messaggio  di Gadamer è questo:  c’è un  mondo che vuole rimanere civile,  umano,  legato alla legge,  nonostante la follia dilagante. E quindi vuole essere una posizione ottimistica e ragionata,  e non pessimistica e irrazionale. Insomma, costruttivista.

Per finire, un focus  sul concetto  di CIRCOLO ERMENEUTICO:  ” Ogni interpretazione è influenzata dai nostri pregiudizi storici, nel senso che le nostre conoscenze che caratterizzano la comprensione del presente sono determinate da una continua stratificazione di nozioni che si formano grazie al costante dialogo tra l’opera e i suoi interpreti. Tale circostanza trova un’illustrazione nell’importante, e talvolta frainteso, concetto di “fusione degli orizzonti” (Horizontverschmelzung), il processo che porta il fruitore del testo all’interno del circolo ermeneutico, in cui si fondono due orizzonti: quello dell’interprete, formatosi entro la tradizione e la precomprensione del presente, e quella del testo, che porta con sé l’insieme di tutte le interpretazioni e tradizioni che ha vissuto.”  (definizione presa  da Wikipedia)  Per concludere, Gadamer parla di pregiudizio  non in un senso  negativo ma in un senso costruttivista,  dentro un processo in evoluzione  che  considera  il prima e il dopo,  l’agente che interpreta  e ciò  che è  il  frutto di ciò che è stato  a sua volta interpretato.

 

Nietzsche

Nietzsche  nasce nel 1844 e muore nel 1900. Muore ma continua a vivere tra noi al pari di Socrate e Gesù. Filosofo controverso, prima disprezzato ed isolato, poi rincorso e celebrato; prima accusato d’essere stato l’ispiratore del nazismo, poi  recuperato come espressione stessa del ‘900, il secolo della tragedia assoluta, dell’uomo contro l’uomo e della morte di Dio.

Compie degli studi classici e filologici,  ama il mondo greco antico dove vi scopre bellezza, armonia, voglia di vivere, ed assume le due figure mitologiche   di Apollo e Dioniso  come i segni tangibili della complessità umana, in parte tendente al razionale, al controllato, al perfettibile,  e in parte tendente all’impulsività, alla creatività e alla ribellione; queste due forze si uniscono e da qui nasce la tragedia della vita, il vivere tragicamente ma proprio per questo  splendidamente.

La vita è fatta di scontri, lotte, disarmonie, desideri o idee insopprimibili per i quali  si deve essere pronti a tutto; l’uomo eletto   non può lasciarsi spegnere dentro convenzioni, modi di fare e  di dire, modi di pensare; deve essere se stesso, deve rivendicare con determinazione il suo posto ed il suo ruolo di Uomo nuovo, di Uomo Profeta.

Il tono di Nietzsche è provocatorio, critico nei confronti della filosofia dominante, del suo essere così bellamente accademica, bellamente composta, bellamente rigorista e  pretestuosa della propria infallibilità.  Il nemico primo della filosofia vera è   stato Socrate, responsabile  di avere voluto uccidere la tragedia, l’essere tragico/dannato/maledetto della vita che non è razionalità, che non è fare la cosa giusta, che non è rincorrere   una  verità  che non può essere colta. Almeno questa è la lettura a mio avviso distorta che fa il filosofo di Socrate.  L’unico personaggio della storia che Nietzsche riconosce eroico e degno di nota  è Gesù stesso,  che però non è stato compreso, che però ha dovuto consegnarsi alla morte, che però  è stato ipocritamente  immortalato dal cristianesimo che  per primo lo ha tradito andando a costruire una Chiesa che è tutto tranne che l’immagine stessa del Cristo in croce.

Forse Nietzsche ce l’ha tanto con Socrate proprio perchè di tutti i pensatori  a lui precedenti è stato l’unico che avrebbe saputo   tenergli testa, l’unico che  davanti alle sue provocazioni non si sarebbe scomposto  minimamente ma  avrebbe  iintrapreso  con  competenza   un dialogo  con il suo interlocutore, e chissà quale meraviglia  sarebbe potuta scaturire dal loro parlarsi,  al di là delle  disarmonie  e  indubbie   incompatibilità.

Nietzsche è come un bambino che davanti al re nudo grida al mondo  incartapecorito che il re non ha le mutande, che il re è senza vestiti, e non c’è verso di farlo tacere questo bambino che rappresenta la voce della verità e dell’innocenza, e quella degli altri la voce della menzogna e della malvagità.

Il filosofo si fa l’annunciatore rimasto inascoltato ( o  frainteso)  di un messaggio  scomodo, terribile, inquietante, che nessuno coglie nella sua lucidità, perchè è anticipatore di situazioni ancora a divenire, ancora in metamorfosi, ancora in preparazione e che nessuna mente sana avrebbe saputo/potuto  prevedere.  Nietzsche è se stesso fino in fondo oltre la sua stessa volontà e consapevolezza; come dire,  prigioniero del suo destino ma  artefice libero  del suo pensiero, di cui si assume fino in fondo la propria responsabilità.

Personaggio fuori dagli schemi, in ogni senso; solitario, battagliero, estremo, folle, inquieto, e nello stesso tempo ferreamente  irremovibile.  Verso la fine della sua vita folle lo divenne per davvero, della sua malattia nervosa si è potuto sapere poco  o quasi niente (forse una malattia genetica  ereditata),  si sa solo che sopraggiunge la figura della sorella  che lo assiste e che  si impadronirà/occuperà  dei suoi  ultimi scritti, di cui curerà la  pubblicazione post mortem. Ecco che  occorre discernere di queste ultime pubblicazioni  quanto fosse farina del sacco di Nietzsche e non piuttosto farina del sacco della sorella, che ne  diresse indubbiamente   gli orientamenti.

Il mondo politico e storico  ha voluto vedere in Nietzsche ora  un teorico  del superuomo di destra, ora  un teorico dell’oltre uomo di sinistra.  Il suo pensiero annunciatore di tragedia  si è consegnato come un libro aperto che andava continuato nella sua  scrittura,  e così il suo messaggio è continuato dopo di lui, oltre le sue stesse intenzioni, attraverso il suo concetto di Volontà di potenza e di Eterno ritorno.

Il maggiore studioso vivente  di Nietzsche,  Sossio Giametta,  sostiene che l’unico abbaglio del filosofo è stata la teoria dell’eterno ritorno.  Nietzsche non sa a quale santo votarsi, dopo avere  tolto di scena Socrate che detestava con tutto se stesso, e lo stesso Gesù, che a suo vedere si era autoeliminato,  rivelando   una ben palese verità: se vuoi avere la meglio in questo mondo, che è l’unico che ci viene dato, non ci si può fare degli agnelli, che saranno sbranati dai lupi, ma ci si deve fare dei giganti arditi e  desiderosi  di vincere.  Al   grido “Uomo sii te stesso”  e ancora “Ecce homo”,  ecco l’uomo nella sua nudità, nella sua essenza e potenzialità.

Chi   vive con la   paura morirà nella paura; chi vive nel coraggio morirà con coraggio. Ma perchè allora l’eterno ritorno? Eterno ritorno significa appunto avere vissuto invano, avere vissuto per tornare  al punto di partenza, non avere davanti a se una prospettiva e una via di fuga,  ma appunto l’incubo/condanna    di  retrocedere o rimanere sempre nella  stessa  condizione  anzichè potere spiccare il volo….

Fondamentali   le sue varie opere (oltre Ecce Homo già citata), dalla Gaia scienza a  Così parlò Zarathustra,  dalla Nascita della tragedia  a Considerazioni inattuali, nei cui saggi il filosofo si occupa soprattutto  della realtà del suo Paese e di quello che stava accadendo in Europa e sarebbe  minacciosamente   accaduto di lì a poco.

La nazificazione del pensiero niciano  è stato un passaggio  storico ad opera della estrema destra; siamo davanti a un pensatore antidemocratico, aristocratico, elitario, che incoraggia la forza e  l’ardimento, i sentimenti di lotta e conquista di una minoranza sopra la massa che è tale perchè lei stessa chiede d’essere guidata. Ma inneggiare ad Hitler  non era certo l’intenzione di Nietzsche. E poi il filosofo è dichiaratamente  filosemita e non antisemita.  Apprezza e riconosce al popolo ebraico  il   suo essere un popolo speciale e illuminato/predestinato.   Il filosofo in verità   pensava ad un Uomo Superiore Moralmente,  che sapesse ricorrere alla forza per imporsi in un mondo che i Gesù li manda in croce per  impotenza  e i Socrate li manda a morte  per difetto di calcolo.

Insomma, mai Nietzsche avrebbe   voluto  preannunciare il nazismo, che del resto sarebbe capitato anche senza di lui; è stato il nazismo  a  trovare nel filosofo  un  qualcosa   che ha voluto  indossare  a proprio  uso e consumo,  finendo per  creare   non l’Uomo Nuovo che il filosofo si attendeva,  ma  l’uomo macchina, l’uomo svuotato totalmente di umanità, l’uomo Gerarca, l’uomo carnefice e programmato   che guarda al mondo come a un recinto  abitato da due generi di esseri viventi:  quelli con l’anima degni di vivere, e quelli senza anima degni di morire, perchè riducibili a cose. Il nazismo si è inventato  il delitto non delitto,  l’annullamento delle coscienze,  lo svuotamento  del sentimento  umano  universale, la banalità del male (Hannah Arendt),  la  derisione  del dolore  che viene dichiarato  irrilevante.   Semplicemente. L’orrore  della destra nazista è stato questo. In quanto all’orrore della sinistra stalinista e non solo,  è qualcosa di simile/dissimile    che però  il mondo occidentale non ha avuto modo di vivere direttamente, quindi non ne ha inglobato  i germi e gli stessi anticorpi. Ecco perchè in Europa si è convintamente od obbligatoriamente  tutti antinazisti (e di pari passo antifascisti) ma affatto convintamente ed obbligatoriamente    antistalinisti o antisinistraestrema. Si crede che il comunismo si è fatto fuori da sè ma invece ha solo spostato le sue mire da un campo statalista/esteriore/ideologico    verso un campo psicologico/interiore/burocratico.

Ne deriva    la rabbia dell’estrema destra che si trova discriminata  in ogni suo fugace  tentativo di riaffermarsi e di dire al mondo  “Io esisto e continuo ad esistere” , ma lo stesso non accade con l’estrema sinistra  che  rimane libera di manifestarsi  senza che nessuno se ne abbia ad accorgere o a potersi legittimamente   lamentare. Come accade alla sinistra di non venire più percepita come tale ma lei stessa  parte integrante del sistema obsoleto. E poi  l’uomo che stiamo imponendo nell’educazione  generalizzata  è quello  materialista, scientista, razionalista, tecnologico  e agglomerato. L’uomo messo nel gruppo e  omologato, uniformato, controllabile, sovrastrutturato,  decostruibile.

Agli occhi dell’occidente  la sinistra estrema e totalitaria deve ancora gettare  la sua maschera. E forse non la getterà mai,  perchè si è defilata  da se stessa  diventando lei stessa  capitalistica, indossando lei stessa una bella apparenza di facciata  e  mettendo una copertina  nuova  sopra l’altra ancora più sibillamente. Quello che non è stato possibile ad opera del nazismo  messo  drasticamente alla berlina  per merito  dello stesso  suo agire  storico,  è stato reso possibile  a quella  sinistra  “democratica” che in Europa ovest non  ha mai  esercitato la sua faccia cattiva,  vera,  pericolosa.  Da questa situazione sclerotica,   sono nate    filosofie  sempre più   criptate,  dominanti e   distaccate  dal sentimento del buon senso o senso comune.   Dentro esse e tra di esse   rimane vivo ed imperioso   il bisogno di  un pensiero capace di fare Rinascere l’Uomo Nuovo  e non  cammuffato.   O  forse a questo punto occorre dire  Nascere per la prima volta. Da qui l’attualità di Nietzsche che continua a vivere tra noi come  una  miccia   pronta   a tornare  accesa.  O a ricordarci  da dove  veniamo. Oltre il suo nikilismo  che non è di Nietzsche  ma dell’uomo rimasto vecchio, corrotto, vuoto.

Sono tematiche complesse  che richiederanno riprese, rivalutazioni, riconsiderazioni e ampliamenti.  Mi si voglia quindi intendere  in un senso  dialettico  e  affatto  definitivo.

Per  fortuna   le pagine di filosofia sono solo un aggancio da cui potere partire per personali e successivi  approfondimenti.

 

Il pragmatismo americano

In filosofia non siamo tutti interioristi, idealisti e spiritualisti, anzi, la filosofia si è sempre divisa in due grandi fiumi  che hanno  acque ben differenti dentro di sè, o meglio, le cui acque vengono utilizzate in maniera profondamente differente.

Il pragmatismo americano di fine 800 e di primo  novecento  è tra quelle filosofie cosiddette dell’azione; ciò che conta è potere ottimizzare subito qualcosa per vederne in tempi  brevi i suoi frutti o interessi. Per la precisione è una filosofia della prassi, cioè conta quello che andiamo facendo e non solo teorizzando.  Il pensare una cosa significa andare a fare quella   cosa. Orbene,  se si ha l’intenzione di costruire una casa  nel giro di  poco tempo si potrà vedere costruita  quella casa. Se si ha l’intenzione di costruire un  modo di vivere e di essere,  occorrerà tutta una vita intera per andare a vedere il risultato realizzato. Il pragmatismo non avrebbe  tutto questo tempo, è u n giovane che corre di fretta, oggi qui domani là, chissà dove.

Certo non manca di metodo: che è sempre lo stesso, deduzione, induzione e abduzione. C’è una curiosità, un dubbio (non nel senso amletico ma scientifico) e allora scatta la ricerca;  in ogni modo l’uomo è sempre chiamato a decidere,  ad applicare il metodo scientifico in modo da potere verificare il suo pensiero, le sue probabilità di successo. Nella vita non ci sono certezze che tali rimangono, ma solo  credenze che si trasformano in altre credenze dentro un circolo continuo.

I primi   interpreti del pragmatismo saranno Charles  Pierce e William James.  Questo secondo  sottolineerà l’importanza   del comportamento consapevole contro quello meccanico.  Senza mai perdere l’aggancio utilitaristico di fondo del pragmatico.

Per intenderci, avere il pensiero   che Dio esiste potrebbe solo significare  una ricerca scientifica più serena, e nulla più.  Come dire, l’animo umano rimane umano, rimane se stesso, attaccato alla vita pratica e molto poco alla vita ascetica, sempre che si possa ritenere  razionale.  Si sottolinea  piuttosto la spinta emotiva e motivazionale che potrebbe arrecare  successo   all’azione   l’esercizio  del sentimento del credere.

Però i pragmatici non sono solo dei freddi calcolatori; se vanno ad applicare il loro credo  pragmatico   in un settore sociale come quello dell’istruzione e dell’insegnamento,   ecco che  tutto il credo  in  sè possibilistico   si trasforma in un ardente progetto che coinvolge la collettività,  che coinvolge le istituzioni, che  a loro volta coinvolgono  le famiglie e così di seguito, dentro una  logica del partecipare, del lasciarsi coinvolgere, del far fare e dell’imparare facendo. John  Dewey  sarà il massimo esponente del pragmatismo pedagogico e sociale   in America.

Dal suo canto  individua nel bambino il bisogno di avere delle abitudini che consolidano il suo apprendere, mentre nell’adulto  sono necessari continui impulsi intellettivi   che lo spingano a sapere  rinnovarsi, per non cadere nella vuota  ripetizione.  Per Dewey la società è una continua scommessa; non ci sono fini che non possano diventare mezzi e viceversa.  Per esempio, un oggetto artistico è contemporaneamente bello ma anche utile, per la sua ricaduta collettiva.  L’arte si distingue dalla non arte perchè la prima è espressiva mentre la secona è produttiva.  Ma  nella vita ci vogliono entrambi, l’espressione quanto la produzione.

E’ tutta una questione di organizzazione sociale;  occorre fare delle scelte che valorizzino e  stimolino  la cosa giusta al momento giusto.   La filosofia ha il compito di influenzare  gli indirizzi  generali messi in pratica,  così come la religione  deve uscire dai suoi recinti (che sarebbero le chiese)  per diventare moralità toccata dall’emozione.

Insomma, non male per un pragmatico.

 

 

 

 

Hegel

Hegel  è insieme a Kant l’altro grande gigante dell’idealismo tedesco in epoca illuministica.  Nasce circa cinquant’anni dopo il grande teorico metafisico moderno, nel 1770, e morirà nel 1831 per avere contratto il colera  che aveva invaso Berlino.

Riparte dall’idealismo di Ficthe, che presto vedremo, ma aderisce  ad una visione oggettivistica della Storia, mentre Ficthe aveva puntato l’occhio sul soggettivismo storico. Quando esplode la Rivoluzione francese Hegel è un giovanissimo diciannovenne, quindi vive  i moti rivoluzionari con lo slancio tipico dei suoi anni. Comprende  che sono venti inarrestabili e che nulla e nessuno avrebbe  potuto  arrestarli o impedirli. Comprende  che la Storia è il luogo dove lo Spirito del tempo prende forma, e che se lo Spirito può essere soggettivo, oggettivo e assoluto, è di certo nel suo  diventare oggettivo cioè materia concreta compiuta  e visibile  che mostra se stesso.

Da  questo suo credo storico nasce l’eguaglianza tra reale e razionale, ossia per Hegel  tutto ciò che è  reale è anche razionale (che significa che le dittature naziste sono state un fenomeno razionale, o meglio, giustificate perchè  sono accadute). Con calma arriveremo a comprendere sia i valori che gli errori dell’analisi hegeliana.

Giustamente Hegel parla di dialettica, di tesi antitesi e sintesi; c’è uno scontro tra A  e  B da cui deriverà C; è un principio del tutto logico. Ci sono tre momenti nella dialettica: il momento della riflessione, il momento dell’azione, il momento della realizzazione. E’ nel momento della realizzazione che lo Spirito assoluto si compie, nella identità tra soggetto e oggetto, dove la coscienza infelice perchè debole soccombe alla coscienza felice perchè forte.

Detta dialettica si compie tra il padrone e il servo; il padrone non teme la morte mentre  il servo teme di soccombere. Il padrone è forte ed il servo destinato a subire. Tuttavia nell’incontro scontro io gli altri, il soggetto prende coscienza di sè, comprende che non potrebbe realizzare se stesso senza l’interazione con l’altro. La lotta viene mediata dal reciproco bisogno. Alla fine della lotta c’è sempre la morte come realtà inevitabile, ma questo vale per tutti.

Qualcosa di simile accade nella religione dove Dio è il tutto, l’uomo il poco o niente, e l’uomo si rimette a Dio. La perfezione del cristianesimo è stata che Dio decide di farsi uomo, l’uomo dio muore, ma poi risorge vincendo la morte. Ecco perchè il cristianesimo è la religione perfetta. Quello che Gesù riesce a fare perfettamente l’uomo è chiamato a fare tra mille difficoltà.  Ecco che il dolore è inevitabile, fa parte della vita, fa parte della storia. L’uomo singolo fa parte della storia universale, deve saperlo, deve esserne consapevole. Tra lo stoicismo e lo scetticismo Hegel dichiara meritevole  lo stoicismo che non rifugge la sue responsabilità.

I suoi capolavori filosofici saranno La fenomenologia dello Spirto e Lo spirito del cristianesimo, il suo destino.  Hegel attribuisce al cristianesimo un ruolo centrale nello sviluppo del pensiero; detto processo religioso/storico/antropologico  identifica l’idea di progresso e l’idea di inarrestabilità di detto progresso. Dio si è compiuto nel corpo di suo figlio, Gesù, che è stato consumato e celebrato entrando a pieno titolo nel tempo di oggi. L’umanità celebrando la figura del Cristo celebra l’oggettivazione  dello spirito cristiano, che poi assume le sue diverse forme ma che sempre si riconduce allo stesso grande disegno storico. E’ evidente come Hegel preme sulla lettura temporale più che spirituale; le analisi soggettive pascaliane sono totalmente estranee ad una mentalità e personalità come quella di Hegel.

Hegel si attiene ai fatti, a lui interessano solo le azioni e le realizzazioni storiche che  sottendono alle riflessioni. Quando il soggettivo ancora inconsapevole si oggettiva diventando consapevole ed organizzato, ecco che si compie l’assoluto. L’assoluto equivale al vero, equivale al razionale.

La civiltà è fatta di  arte, religione e filosofia.E’ solo nella filosofia che l’idea ritorna in se stessa. L’arte è lo strumento dei singoli, la religione è lo strumento unificante dello Stato e lo Stato è lo strumento dominatore che tutto regola.

Grazie all’influenza di Shiller Hegel arriverà a rivedere il cristianesimo anche nel suo ruolo  spirituale e non solo politico, per quanto appare evidente la lettura statalista e politica che Hegel fa della religione stessa.

Nella storia ci sono uomini che si devono dividere i compiti; ci sono gli uomini di pensiero che provvedono alle idee, ci sono gli uomini d’azione che provvedono alle azioni, alla messa in pratica delle idee.  Tra la legge umana e la legge divina vince la legge dello Stato, a cui spetta la parola finale.

Lo Stato deve essere giusnaturalista e contrattualista, precisa Hegel, cioè permettere il miglior bene possibile  per il maggior numero possibile; tra tutte le scienze la scienza politica è la più importante perchè si occupa di risolvere i problemi reali della vita quotidiana di un’intera comunità.

Lo Stato deve essere forte ed ordinato, organizzato, avvalendosi dei suoi strumenti che sono la proprietà terriera, l’industria, il commercio, la burocrazia ed il lavoro.  Nel tempo ci sono stati diversi regni con diverse idee di governo: si è passati dal regno dispotico al regno greco illuminato ma che conserva la schiavitù. Con il regno romano nasce lo Stato di diritto, viene   permessa la liberazione degli schiavi, ma è solo con il regno  tedesco che  si arriva ad una piena  società  del  diritto.

E’ da tutta questa riflessione che nasce l’idea dello Stato etico, dello Stato che guida, che governa e decide con ragione per il bene di tutti. I  cittadini si organizzano nella famiglia e lo Stato è come una grande famiglia che per funzionar ha bisogno di centralismo e di uno Stato forte. Napoleone è un esempio  di Capo di stato e di Stato forte.  Qualcosa di simile  deve accadere alla Germania, destinata ad un ruolo di  supremazia.

Si parla per questo di germanesimo di Hegel. Nel 1817 pubblicherà l’Enciclopedia  delle scienze filosofiche, dove ovviamente vuole assegnare alla sua terra un ruolo principe nella  costruzione   del sapere  universale, ma non c’è nulla che Hegel possa attribuire al pensiero tedesco che già non fosse stato iniziato/intuito  dal pensiero romano.

Per concludere: lo schema del sistema hegeliano è questo:

-nello spirito soggettivo siamo in una fase naturale e di nascita dello spirito   del tutto fuori controllo

-nello spirito oggettivo siamo in una fase organizzata e controllata dove si cerca di trattare i problemi del diritto

-nello spirito assoluto  si compiono l’arte, la religione e la filosofia, è il compimento della dialettica stessa,  è il divenire della tesi e dell’antitesi,  è lo spirito che si svela nel tempo secondo la sua logica  interiore.

Dell’arte distingue l’arte bella o viva dall’arte brutta o morta. Non teorizza la stessa distinzione  anche  nella religione e nella filosofia. Questo problema sarà ereditato dai suoi  successori.

Ancora qualche riflessione sullo stato etico:

Dopo Hegel nasce la sinistra e la destra hegeliana e si sviluppa  il costume  che  la filosofia è innanzitutto  filosofia della storia e della politica. La sinistra hegeliana  correggerà l’impianto con tre sostanziali modifiche: Dio non esiste, lo Stato forte deve essere necessariamente etico ma ateo;  non ciò che è reale è razionale ma razionalizzabile, ossia viene valutato nella sua storicità e nel concetto di ragion di Stato; lo stato di diritto  non può andare di pari passo con lo stato borghese che provvede unicamente ai propri interessi. In questo modo sono state messe le basi per la nascita del pensiero marxista.

Sulla destra hegeliana si parlerà altrove. Da qualunque lato si voglia guardare ad Hegel,  dopo di Hegel siamo in qualche modo  diventati tutti hegeliani