Riflettere sul dolore

E’ di questi giorni l’immagine di Greta Thumberg che digrigna lo sguardo col viso contratto in una smorfia di dolore, dolore psichico nel pensare il nostro habitat  che si sta irrimediabilmente ammalando.

Come una piccola eroina si rivolge alla grande platea dei grandi del mondo, Donald Trump in testa, e li accusa di avere RUBATO I SUOI SOGNI, e che per questo non riceveranno mai il suo perdono.

Ci sta, la regia di questo stile comunicativo ha lo scopo di colpire, di catturare l’attenzione, di non passare inosservata, e infini di fare seriamente riflettere.

E’ senza dubbio vero, il nostro meraviglioso pianeta un tempo florido e ricco di risorse vergini lussureggianti, comincia a dimostrare seri segni di cedimento, di stravolgimenti climatici preoccupanti, anche se ci sono le due correnti di pensiero che si avversano in merito.

La nostra Terra è veramente in pericolo o piuttosto siamo davanti all’ennesima metamorfosi glaciale che nel giro di milioni di anni tornerà a ricostituirsi andando a ristabilire nuovi equilibri e nuovi scenari territoriali?

Difficile rispondere a questa domanda, la sola cosa certa è che noi non abbiamo personalmente parlando un’aspettativa di vita così lunga, ma  i nostri figli  nei prossimi cinquant’anni ne potrebbero vedere già di belle, e di sicuro non si può rimanere con le mani in mano a fare nulla.

Non so perchè, ma mi viene da paragonare  questo grande dolore per la terra malata, al grande dolore  della guerra vissuta,  In tempo di pace aggrediamo la natura, in tempo di guerra aggrediamo l’uomo. Sto semplificando per rendere chiaro il discorso, mi rendo conto, in quanto è vero anche il contrario, cioè che nell’aggredire la natura si va ad infierire sull’uomo, ed anche aggredendo l’uomo si va ad infierire sulla natura umana,  che è di per sè  la natura per eccellenza che sopra tutto ci dovrebbe interessare.

Lascio il tema della Natura Terra agli esperti, che senza dubbio ne conoscono gli equilibri compromessi ed i possibili rimedi, che sono il risaputo abbassamento del livello di emissioni di gas nocivi all’aria, ed il risaputo circolo di riciclo dei rifiuti ad alto tasso di inquinamento che ancora in molti paesi non viene messo in atto e non viene adeguatamente regolamentato.

Prioritariamente   è sempre sulla natura umana che cerco di riflettere. E’ la natura umana che ha permesso i genocidi, le deportaazioni, le torture, ed ancora vengono permessi o permesse, là dove oscure  ragioni di sovranità locali decidono di fare questo. E’ sempre la natura umana che permette l’inquinamento e lo sfruttamento del pianeta.

Il tema del clima e dell’ecosistema  impazzito   che contribuisce a devastare portando morte e catastrofi è senza dubbio visibile, ed è un tema ecologico di grande impatto sociale e culturale.

Migliaia di giovani se ne sentono coinvolti, riempiono le piazze sotto gli slogan “Ridateci il pianeta” oppure “Non c’è un pianeta B”…ed è bello, è giusto, è importante.

Oltretutto nessuna carica militare minaccia di attaccarli, di caricarli come presenze pericolose che minacciano l’ordine pubblico.  Tra di loro si nascondono  gli opportunisti che vedono nell’andare in piazza l’ennesima opportunità per saltare la scuola.

E’ più forte di me, ogni volta che vedo questa platea d’umanità in protesta, tutto sommato ridente e allegra, più o meno spensierata e piena di salute,  mi chiedo perchè la stessa platea non è mai scesa nelle piazze al grido “Mai più genocidi”, “Mai più deportazioni”, “Mai più olocausti”, “Mai più tortura”…

Se la Terra ci sta veramente a cuore, ancor più a cuore ci dovrebbe stare l’essere vivente destinato ad abitarla, cioè l’uomo. Forse che i due protagonismi non siano strettamente congiunti?

In altre parole, non si può essere seriamente ecologisti senza essere seriamente degli umanisti attenti all’agire umano, ed il problema si fa da ecologico/naturalistico/geografico  a filosofico/antropologico e storico.

Riprendo alla chiusa della riflessione la figura   di Viktor Frankl, un uomo che di dolore vissuto se ne è inteso, esistito in un tempo in cui ancora non si sospettava ci saremmo ridotti plenetariamente parlando, in queste condizioni.

Come raccontavo nell’articolo precedente,  appena uscito dal lager ha sentito il bisogno di raccontare la sua storia di internato, e così facendo ha fondato la Logoterapia ossia un metodo clinico di cura del dolore.

Mettendo i due dolori a confronto, quello odierno del pianeta malato, e quello passato ma mai abbastanza passato dell’uomo ridotto a cosa o ad animale selvaggio,  trovo che si tenderebbe  a parlare più volentieri  del primo che del secondo, e non solo perchè in apparenza  più recente.

E’ più facile discutere di quello che mangiamo, di quello che beviamo, dei precari equilibri ambientali, come se dietro ad essi non ci fosse come sempre lo stesso nemico, che del problema fondamentale, che è quello  di preoccuparci del proprio essere per potere poi avere qualcosa da raccontare anche agli altri,  visti come l’altra faccia di noi stessi.

Non sto sminuendo le priorità di un mondo pulito, equilibrato, regolamentato e a misura d’uomo, ma sto spostando l’occhio dal come  la nostra casa rischia di ridursi a come il nostro modo di percepirci rischia di precipitare.  Heidegger scriveva “La parola è la casa dell’essere”  e se non ci si preoccupa della casa che siamo noi stessi intesi come i custodi della nostra anima,  allora non si riuscirà ad occuparci con soddisfazione  della nostra casa comune che è la terra.

Si arriverà a fare le stesse guerre per le ultime risorse di acqua piuttosto che di cibo. Si arriverà a ricordare quanto un tempo il nostro mondo sia stato incantevole ed accogliente. Si arriverà al delirio collettivo  di ridurci tutti, in massa, a mute di uomini  come mute di cani selvatici.

E allora sì, lo sguardo accusatorio di Greta  ci apparirebbe molto profetizzante ed un necessario urlo di richiamo.

 

 

 

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