Giuditta e le sue bugie

Questa  è la storia di un convento dell’Ordine delle Ancelle della carità, che durante gli eventi terribili delle leggi razziali in Italia, decise di accogliere tra le sue mura una piccola ebrea di cinque anni.

La piccola di nome Giuditta, in ebraico  Yeuhùdith, si era dovuta separare dolorosamente dalla madre, che doveva essere  deportata nel campo di sterminio di Auschwitz, e quindi  subito dopo separata anche  dalla stessa famiglia che l’aveva accolta in seno, il tempo necessario di capire quale sarebbe stata la cosa migliore per tutti  da farsi.

Tenere la bambina  o non tenere la bambina?

Tenere Giuditta insieme alle altre figlie della famiglia Cattaneo, non sarebbe stato prudente, il paese sa quanti figli hai, tutti ti conoscono, e come fai a buggerare i controlli di regime che vanno casa per casa a chiedere “Voi avete ebrei in casa? Voi avere una bambina ebrea in casa?….”

Una volta salutata l’amica Fiammetta, Giuditta si trova dentro la sua nuova numerosa  tribù familiare, assillata da mille pensieri che le gironzolano in testa, tra il ricordo drammatico  della mamma abbandonata, immagini fisse, immagini sfuocate, parole che le rimbalzano confuse e pressanti, dalla mattina alla sera, dalla sera  alla mattina.

Tutto sembrerebbe risoltosi, ma i nazisti dopo essere passati di casa in casa, arrivano anche in convento. Chiedono alla suora priora se avesse bambine  ebree tra di loro. Si sa che le suore non potrebbero dire bugie, ma nemmeno la Priora poteva consegnare a quegli aguzzini una piccola innocente; di qui lo spergiuro sulla Bibbia “No, non abbiamo bambine ebree in convento”

I nazisti se ne vanno ma non molto contenti. Per attaccare un convento ci vogliono prove, certezze,  e non solo sospetti.

In effetti  tra le mura di quell’insolito albergo tutte sanno che tra loro c’è Giuditta, ci mancava poco che avessero messo fuori i manifesti con scritto “Ciao Giuditta, bambina ebrea, benvenuta tra noi…”

Quando si è in tempi di guerra come quella che portò al genocidio oltre sei milioni di ebrei, occorre usare strategie radicali, come dire, a prova di spionaggio, e quindi la Madre Superiora capisce che occorre contrattaccare con un bel Lavaggio del cervello collettivo.

Tutte le bambine vengono convocate nella grande stanza dei ricevimenti e si dice loro che c’era stato uno sbaglio, che Giuditta non era ebrea, si era capito male, e che invece la loro nuova compagna era assolutamente cristiana come loro. Il suo nome vero era Ditta,  e con il suo  vero nome doveva essere chiamata. Le piccole ospiti se ne convincono, come potrebbe la signora suora raccontare loro una bugia? E poi per quale ridicolo scopo?

A seguire,  il lavaggio del cervello va fatto a Giuditta, che sa perfettamente d’essere ebrea, di non chiamarsi Ditta, ecc ecc, ma si cerca di farle capire, per la sua salvezza e per la sicurezza di tutte nel Convento, che questa verità falsa doveva rimanere segreta, anzi, segretissima.

Giuditta si trova ancora più confusa; già aveva dovuto mentire alla guardia che le aveva chiesto  di chi era figlia, e lei aveva dovuto puntare il dito giusto verso la mamma sbagliata (così le era stato detto di fare dalla mamma vera, prima che arrivassero a portarla via e a separarla dalla figlia); e adesso deve mentire di nuovo con il mondo intero  sull’origine della sua identità. Ma perchè? Perché improvvisamente tutte queste bugie? Le si risponde con pazienza e risolutezza; lo deve fare per il bene di tutti, altrimenti arrivano gli uomini cattivi e la portano via, e portano via anche la suora che invece le vuole tanto bene,  e quel che era peggio   non avrebbe più rivisto  la mamma, che certo sarebbe tornata prima o poi a riprenderla.

E va bene, se lei doveva essere cristiana di giorno, sarebbe tornata ebrea di notte, proprio per la sua mamma, che sarebbe tornata ad abbracciarla e a chiamarla  Yeuhudith con la sua dolce voce.

“Mamma, mamma, solo per te dico questa bugia, che tu lo sai chi sono io, io sono la tua bambina ebrea, e ti aspetterò tutti i giorni, fino a che tutto questo sarà finito…”

E’ un patto segreto che la bambina suggella nel suo cuore, nel suo spirito, nella sua mente, che solo gli sciocchi pensano che i bambini sono sciocchi e incapaci di capire e di essere forti.

La guerra finisce, e arriva il momento di riabbracciare la mamma, almeno così pensa Giuditta.

E invece in Convento arrivano due strane persone, vestiti come dei soldati, ma dei soldati buoni, di quelli che non fanno paura.

La suora la fa chiamare, glieli presenta , e loro si mettono a dire: “Yeuhudith, tu sei ebrea, noi siamo ebrei come te, e siamo venuti a prenderti per portarti in Israele, da dove mai nessuno ti potrà fare più del male”.

Ma come, prima le fanno il lavaggio del cervello perché si  convinca almeno di giorno d’essere Ditta, e poi adesso due perfetti estranei  tornano a ricordarle il suo vero nome. Ma perché? Cosa vogliono queste strane persone da lei? Da dove sbucano? E la suora, la suora non dice nulla?….

La madre superiora che l’ha cresciuta come se avesse dovuto restare per sempre con lei,  ovviamente si oppone, replica che la bambina ha già vissuto molti travagli, che aveva   cominciato a sentirsi più serena, che lì nel convento tutti le volevano bene, che insomma non c’era motivo, non c’era ragione, non c’era nemmeno da pensarci…

Inizia un tira e molla tra la suora e i rappresentanti della Brigata ebraica; loro erano venuti direttamente da Israele per rintracciare tutti gli esuli, gli orfani, i sopravvissuti dalla Shoah, nel nome stesso dei Padri di Sion, nel nome stesso di Aramo, di Isacco e di Giacobbe, e infine  nel nome stesso della volontà del popolo ebraico di volere risorgere dalle sue ceneri e dall’odio degli uomini antisemiti che avevano portato a morire un immenso pezzo della loro storia che non sarebbe mai più tornato a reclamare i suoi diritti.

Almeno che si potessero salvare i vivi, i sopravvissuti!

La povera priora capisce che la questione è bollente, che dopotutto si tratta del futuro di Giuditta, e quindi dice alla piccola “Decidi tu, Giuditta, vai in camera, pensaci e poi decidi da sola.”

Ecco, è la seconda scelta importante che una bambina di soli sei anni si trova a dover fare. La prima l’aveva dovuta fare puntando il dito verso la madre sbagliata per una giusta causa,   adesso dovrebbe ripetere lo stesso artificioso ragionamento…; Giuditta ci pensa attentamente; partire avrebbe significato non rivedere più la sua suora, le sue compagne, ma non partire avrebbe significato rimanere in un posto dove probabilmente non avrebbe più potuto rivedere la sua mamma, che magari come lei era stata chiamata da ebrei come questi per rientrare nella loro Terra promessa…

Giuditta fa la scelta necessaria, come sempre, e decide di compiere il viaggio verso questa terra di Palestina, dove forse la mamma la stava già aspettando.

Portata via dal  convento verso una destinazione comunque provvisoria, Giuditta deve aspettare insieme ad altri come lei di potere trovare un posto disponibile su una nave che l’avrebbe portata a destinazione.

Improvvisamente arriva il giorno, un posto si libera per caso, ammesso che sia in parte il caso a dettare le nostre sorti. Le chiedono se se la sente di partire da sola, di nuovo separata dalle persone che in quel momento la circondano e con le quali cominciava a fare amicizia.

Si ripete lo stesso risaputo  dilemma;  da un lato le dispiace di partire, ma dall’altro la partenza poteva significare rivedere la mamma, dopo tanto distacco e sofferenza subita.

Anche per la terza volta Giuditta fa la sua giusta scelta, quella che le detta il cuore unito al cervello, e che le sembra in questo caso la più promettente.

Parte, da sola, imbarcata sulla nave che la porterà nella sua casa nuova, finalmente l’ultima, tra tanti ebrei come lei, dove potrà essere per tutti e per sempre solo Yeohudith, una bambina ebrea.

E’ cosìè che  Giuditta arriva in terra di Palestina, qui ancora oggi vive nello stato di Israele, alla sua fresca età di ottantacinque anni non dimostrati; nel frattempo è diventata donna, poi maestra, poi si è sposata;  ha avuto una bimba che a sua volta è diventata donna e a sua volta mamma. Oggi quindi è nonna. Ogni tanto si scrive con Fiammetta, che l’ha riconosciuta dopo ottant’anni proprio  dagli occhi, e  che ha potuto rivedere solo  grazie alla indefessa ricerca di persone per bene che ci tengono a raccontare le storie come sono accadute, e che ci tengono a conservare la MEMORIA  di quei tempi terribili. Lo fanno per rimediare agli orrori commessi da altri, lo fanno per spirito civile, lo fanno per i giovani che non erano ancora nati e che non sanno, e non sapendo, rischiano di rimanere nell’ignoranza.

Una bella storia, una piccola vicenda a lieto fine, dentro la moltitudine di altre persone note e non note che non ce l’hanno fatta.   Si è compiuto il miracolo che dice “Chi salva una persona salva l’umanità intera”. E in effetti così è per la famiglia  che non si è lasciata distruggere dalle leggi razziali, che non ha pensato neanche per un attimo che Giuditta potesse venire consegnata ai suoi carcerieri, e che ha  provveduto a consegnarla sicura alle suore del convento.

Giuditta purtroppo ha aspettato senza successo  la sua mamma fino all’età di quindici anni, momento in cui  ha avuto la conferma della sua morte.

Nella sua bella persona  piena di gioia e voglia di vivere c’è impressa indelebile questa cicatrice, perenne ed inamovibile.

Forse ancora ogni tanto si sogna la mamma, nel momento della separazione. Chissà cosa avrebbe dato di sè per poterla rivedere anche solo per un attimo, il tempo di  abbracciarla forte forte, e dirle col suo cuore di bimba , “Mamma, come ti voglio bene, mamma, come ti voglio bene, vedi? questa sono io oggi, e questa è tua nipote, e questa….è la vita che il tuo orrido  sacrificio ha permesso di esistere…Perdonami, mamma,  per non essere morta con te”

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