Etty Hillesum

Non sapevo  dell’esistenza di Etty Hillesum, e nemmeno immaginavo che il mondo abbia potuto avere in sè la capacità di possedere l’eroismo assoluto anonimo   che solitamente viene associato (intendo dire l’eroismo) ai Grandi eroi mitologici, come ai Grandi personaggi storici noti e celebrati. E’ stata una collega che è sempre molto attenta a queste pillole di generosità, e le va cercando, spulciando, scegliendo, per poi proporle come perle preziose al bisogno inconscio di verità presente nei giovani.

L’eroismo assoluto anonimo non è l’eroismo assoluto famoso. Sono due cose diverse.

Il secondo  arriva nei libri di Storia, il primo si ferma sulla soglia e, come se non gliene importasse nulla, si arresta in una frangia di terra privilegiata che è talmente abissale  da non potere venire ridotta a capitolo, paragrafo, teoria che dir si voglia.

Adesso che per caso ho scoperto il suo nome, la sua testimonianza, le sue opere, il suo pensiero, il suo coraggio senza  fama, la sua capacità di fede senza  ragione, mi chiedo perchè le scuole non abbiano a parlare di questi profili umani così potenti, privilegiando i percorsi magari già noti, già celebrati, già riconosciuti e per questo più rassicuranti.

Di Anna Frank, per esempio, abbiamo già saputo tutto, e per il fatto d’essere stata un’adolescente, si presenta come l’aggancio ideale perseguibile  nei percorsi scolastici.

Etty Hillesum è invece una donna adulta, e non è una religiosa come la Edith Stein che fu messa contro la sua volontà nei campi di sterminio con la colpa d’essere ebrea; Etty, nel campo di smistamento di  Westerbork decide di entrarci volontaria, come chiamata ad una missione di testimonianza e di presenza umana tra gli ultimi.

Non riesco ad immaginare una forma spontanea  di amore per l’umanità più grande di questa.

Non solo questa giovane    avrebbe potuto risparmiarsi di farsi mettere dentro il campo, già consapevole che difficilmente avrebbe potuto uscirne viva, ma ci si fa mettere proprio con lo scopo di guardare in faccia fino alla fine il volto dell’umanità, l’umanità della sofferenza vicino lei  e l’umanità dell’indifferenza lontano da lei.

Mentre che abita, per così dire, il campo, invia una serie di lettere al mondo che è rimasto fuori, il mondo della vita abitata  dai vivi, che continuava a scorrere nonostante l’esistenza assurda, feroce, pazzesca, disumana  dei campi, sparsi un pò ovunque in Europa, e nonostante l’esistenza dei campi di sterminio finale, che però erano conosciuti e mascherati  come generici campi di lavoro.

Gli occhi con cui Etty vuole guardare e consolare nel suo possibile gli uomini, le donne, i bambini, i vecchi, i malati, i dementi, e tutte le varie genti  di passaggio tra le baracche ed il fango di quel piccolo pezzo di brughiera olandese,  sono gli occhi di chi non riesce ad odiare, si rifiuta di cadere nella spirale dell’odio, perchè l’odio porterebbe solo a rendere ancora più cupo ed invivibile il breve tempo che ci è concesso di VIVERE fino a che si rimane vivi nel mondo.

Del resto, tutti si deve morire, prima o poi, ed Etty ha la convinzione che non conta tanto quanto si vive, ma come si arriva a morire, guardando in faccia la morte.  “Credo che per noi non si tratti più della vita, ma dell’atteggiamento da tenere nei confronti della nostra fine” . Morire non per morire, non per lasciarsi andare, non per rinunciare alla vita, ma per reazione ad un atto di segregazione, discrimine, persecuzione e  odio senza senso.

In Etty emerge da subito il suo mondo interiore, che lei contrappone come se fosse una spada affilata, uno scudo di ferro, una corazza d’acciaio, alla violenza del mondo reale, materiale, concreto, un mondo impazzito e di certo fuori di ogni ragionevolezza o minima forma di sensibilità.

Di tutte le lettere mi sono concentrata su una in particolare, quella che invia a due sorelle dell’Aia.

Il suo intento sarebbe quello di fare capire a chi la leggerà quello che sta accadendo nel campo, reclusa tra una quantità davvero non indifferente di diverse culture, che Etty distingue ed annota per il comportamento, per i discorsi che sente ricevere, e per le diverse capacità di reazione a quelli che erano per tutti le medesime condizioni.

Nel campo conosce religiosi (e si scoprirà che tra questi ci fu  la stessa  Edith Stein, prima che arrivasse al campo di Auschwitz) che anche nel campo continuano a pregare come se fossero ancora stati nei loro conventi;  conosce persone di diversa provenienza sociale, che anche nel campo continuano a ragionare e a percepirsi come facevano da persone libere; conosce bambini, che anche nel campo continuano a giocare giocosi come facevano quando erano ancora dentro una vita normale; ci sono anziani che  non possono smettere d’essere tali solo perchè messi dentro un campo di prigionia, e almeno loro la loro esistenza l’avevano vissuta, ma proprio nel momento in cui avrebbero dovuto incontrare compassione e sostegno, vanno incontro all’abbandono.

Insomma, è come se la vita con la sua forza straordinaria  tendesse a continuare contro le più feroci condizioni, ognuno con le proprie forze naturali,  fino a che questa stessa vita verrà annientata dal giogo della ferocia e del genocidio  che un uomo può arrivare a consumare NEL NOME DELLA LEGGE  contro un altro uomo, ridotto a merce, cosa, pianta, nemico, rifiuto, scarto, oggetto umano senz’anima.

Più il cerchio dell’odio si fa presente e prossimo, più la nostra disarmante e solitaria  donna  si sente capace di testimoniare il suo dissenso, la sua capacità di dire al boia che ha il volto del suo aguzzino, “Io sono qui, mi puoi uccidere, mi puoi torturare, mi puoi mortificare, mi puoi internare, sradicare, strappare dalla mia famiglia, tatuare, scalpare, scarnificare,buttare in un forno… ma non mi puoi impedire di pensare come io penso, di credere come io credo, e di morire come io decido di morire, cioè senza odio”

Già, sembrano solo belle parole, ma questa giovane ragazza  ne è stata la ANONIMA PERSONIFICAZIONE IN CARNE E OSSA.

Mi chiedo da dove proviene questa lucidità, questa propensione, questo dono, questa energia indomabile, questo proposito fermo e risoluto, questo desiderio profondo di giustizia, questo semplice ma eroico sentirsi umana tra umani,. Da dove viene, se non da un qualcosa che trasforma una persona normale in un essere titanico?

Il Giorno della Memoria ritorna ogni anno puntuale, e tutte le volte  la stampa torna a presentarlo come un giorno vitale ed importante, perchè il virus  del male assoluto non è mai morto, non è mai stato seppellito nei cimiteri tedeschi della Germania di Hitler, ed è come uno spiritello bizzarro che si fa beffe della nostra bella ipocrisia, della nostra bonaria faciloneria, del nostro agitarci radical chic che sembra avere la sentenza pronta su tutto ma poi alla pratica dei fatti non sa nemmeno riconoscere il pericolo insidioso e oscuro  che è dentro ognuno  di noi.

Etty Hillesum fino alla fine nella sua tenace determinazione non molla, sta dentro un campo che per quanto un inferno sarebbe ancora il Paradiso paragonato a dove sta per finire,  e scrive scrive scrive, racconta racconta racconta, fino all’ultima cartolina che getta dal treno dove è stata caricata con tutta la sua famiglia dispersa con destinazione lo sterminio.

La cartolina viene raccolta da un perfetto nessuno che la imbuca per lei, e arriva a destinazione.

Diceva: “Christien, apro a caso la Bibbia e trovo questo: “Il Signore è il mio alto ricetto”. Sono seduta sul mio zaino nel mezzo di un affollato vagone merci. (…) La partenza è giunta piuttosto inaspettata, malgrado tutto. Un ordine  improvviso mandato appositamente per noi dall’Aia.  Abbiamo lasciato il campo cantando, papà e mamma molto forti e calmi, e così Mischa. Viaggeremo per tre giorni, grazie per tutte le vostre buone cure. Alcuni amici rimasti a Westerbork scriveranno ancora ad Amsterdam, forse avrai notizie? Anche della mia ultima lunga lettera?

Arrivederci da noi quattro.”

Etty Hillesum morirà ad Auschwitz il 30 novembre 1943, dopo nemmeno tre mesi il suo arrivo.

 

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