Camus e non solo contro la pena di morte

A scuola i ragazzi sono stati invitati a riflettere su un testo di Camus qui riportato.

Ecco quello che personalmente mi sono sentita di commentare, le risposte dei ragazzi devono ancora essere valutate, ma poi verranno riprese in classe.

CAMUS prende come esempio un fatto di cronaca  accaduto a suo padre  nel 1914, quando un bracciante viene condannato alla pena capitale per avere sterminato un’intera famiglia di coloni, bambini  compresi.

Dopo averli uccisi li deruba, e questo ad aggravio  della colpa imperdonabile di fronte all’efferato delitto.

Il padre di CAMUS che si era dichiarato inizialmente favorevole alla pena capitale di fronte a fatti  così  gravi, decide di assistere per la prima  volta all’esecuzione  di piazza.

Rientra in piena notte stravolto e disgustato, preda di attacchi di  vomito.

Questo episodio familiare che la madre racconterà al figlio faranno riflettere da adulto il giovane ALBERT sulla legittimità o meno della pena di morte.

Perché un uomo semplice e giusto come suo padre aveva cambiato idea sull’utilità della pena capitale?

La risposta se la darà da solo, arrivando a fare delle valutazioni che pubblicherà in un saggio del 1957. Nessuno ha mai dimostrato che  il vedere morire qualcuno perchè omicida,  faccia di per sè  diminuire la quantità dei delitti, invece si è dimostrato che una grande parte degli spettatori  che vanno ad assistere alle pene capitali,  diventa poi lei stessa assassina e colpevole di efferati delitti.

Come se questa platea   venisse educata o istruita o confermata nel pensiero di potere fare ciò che vede  ad altri esseri che avessero la sventura di  capitare sulla sua  strada.

Non  è la PAURA  della MORTE che fa impedire di diventare assassini, ma semmai  è la legittimazione della  pratica di essa che fa cadere le remore al praticarla.

Quello che la società regolamenta con la morte è solo il misero sentimento della VENDETTA.

Chi invece ritiene giusto l’uccidere  chi  ha ucciso,  ritiene che occorre dare un esempio di dissuasione efficace, che però le statistiche hanno dimostrato non confermare nella sua efficacia.

Insomma, è  come se la società nonostante sappia di sbagliare preferisca perseguire nell’errore, incurante di possibili valutazioni dissuasive.

Se poi la società fosse veramente   convinta dovrebbe esporre le teste Mozzate dei suoi criminali giustiziati, senza reticenza e vergogna, e invece sembra provare un sentimento di pudore finale che attesta una forma di ripensamento non dichiarato.

La frase  che segna il passaggio dalla parte narrativa alla parte argomentativa  del brano  riportato, è  la dove CAMUS dice “Bisogna dunque ritenere che quest’atto rituale è  ben spaventoso, se poté vincere l’indignazione di un uomo semplice e probo, e se un CASTIGO da lui considerato fino ad allora cento volte meritato, non ebbe in definitiva altro effetto che provocargli la nausea fisica.”

Una NAUSEA non alla Sartre, ma qualcosa di molto più incisivo, palpabile, concreto, che fece al pover’uomo cambiare opinione.

Molti paesi col passare degli anni si sono dovuti ricredere ed hanno eliminato dalle loro leggi   la pena di morte. La severissima   Francia è  riuscita  a farlo  solo nel 1981, quando ha proibito  la ghigliottina, ed è stata  l’ultimo paese a civilizzarsi in tal senso   in Europa. Nella civilissima America del nord, è  ancora praticata, come in molti stati che non diremmo esattamente democratici, come l’Algeria,o in America Latina, o in molti altri paesi dell’Africa.

La posizione di CAMUS possiamo dire coincide  con quella di Cesare BECCARIA, che molti decenni prima di lui era arrivato a trattare il tema in Dei delitti e delle pene, là  dove tratta Della pena di morte.

Anche BECCARIA sostiene che dare la morte a un assassino non serve a riabilitarlo, a migliorare la società, a impedire che possa crescere  il pericolo della delinquenza.

Si può  piuttosto riabilitare un colpevole di tale reato solo obbligandolo alla riflessione, al possibile e vero pentimento, anche attraverso  la reclusione perpetua  che sarebbe una pena ben più severa della MORTE stessa.

Non è un caso che nei paesi più evoluti si sta ragionando sulla correttezza dell’ergastolo, il quale prevede un massimo di anni di detenzione, che varia di paese in paese,  oltre il quale l’ergastolano torna libero, perchè ormai recuperato alla sua funzione sociale.

I paesi più evoluti ai quali tutti dovremmo tendere stanno ragionando sulla illegittimità del FINE PENA MAI; se un uomo sbaglia deve avere la possibilità di ricredersi e di pagare sempre rimanendo per se stesso un essere umano. Solo  se un uomo sbaglia e non si pente dei suoi errori, ma anzi continua a rimanerne fiero, allora è giusto che abbia un carcere a vita, perchè dimostra di non volere fare parte lui stesso della società civile.

Questi autori ci aiutano a comprendere su quale possa essere la via migliore per la  costruzione di una società civile, giusta ed emancipata. La  civiltà è il superamento di pratiche che non sarebbero degne  di tale nome; la giustizia è il perseguimento di leggi che non si fanno Dio in terra, ma solo tendono verso la creazione di  uomini saggi,  i veri ed unici uomini nuovi,  che cercano sempre la GIUSTA VIA DI  MEZZO; l’emancipazione  dal radicalismo della violenza  come della tortura,  è  quella cosa che non si lascia prendere dalle passioni irrazionali e travolgenti, che non cerca di dare sfogo agli impulsi oscuri e distruttivi, che non si fa  espressione di teorie estreme e radicali, nemmeno nel nome della più alta e presunta nobile giustificazione.

L’uomo normale e tendenzialmente inesperto  potrebbe  credere nella sua giovanile presunzione che un uomo che uccide un essere che si è comportato come una bestia feroce, o peggio, come un insensibile e privo del più banale sentimento, sia la sola via di giustizia. Bene, portiamo questi giovani o meno giovani uomini ad assistere alle loro esecuzioni, cominciando col decidere quale  pratica eliminatoria andare ad utilizzare. Anzi, facciamo di meglio, mettiamo questi stessi esseri che si credono nel giusto ad essere loro stessi i boia del nemico da uccidere.  Forse solo così facendo si potrebbe riuscire a fare capire che UCCIDERE UN UOMO, ANCHE IL PIU COLPEVOLE, NON E’ COSA SEMPLICE E BENEFICA PER L’UMANITA’ INTERA.

Si prenda QUESTO GIUDICE   la responsabilità diretta di eseguire, fare, compiere, praticare, assistere, intervenire, vedere, concludere un’esecuzione. Quest’uomo fattosi giudice in tale maniera poi torna a casa alla sua vita normale, ma come ci torna? Può continuare a guardare alle persone che lo circondano come le vedeva prima? Può continuare a sentirsi umano e uomo nella sua umanità più vera, esattamente come lo poteva essere prima? E questa umanità che ha acquisito un giudice capace di uccidere in più di quelli già esistenti, è diventata per se stessa un luogo più abitabile di quanto non lo era prima?

Il mandare a morte un uomo praticamente con un atto di tortura mortale, non è da confondere con la legittima difesa di chi, offeso e messo IN PERICOLO DI VITA, risponde ISTANTANEAMENTE verso l’eggressore, nell’atto impulsivo e vitale della difesa.

Questo giudice si fa l’esecutore tardivo e indiretto di chi quella legittima difesa non ha saputo o potuto esercitarla, si fa il VENDICATORE POST DELITTO  di qualcosa che si è consumato in un’altra sede, quasi in un’altra vita, giudice arbitrario e direi molto discutibile, non certo fuori discussione.

La VERITA’   se è tale si impone per sé stessa e non ha  necessità di ideologismi, maschere, pretesti e patiboli.

Del   resto il sentimento CHE SI OPPONE   al farsi giustizia da sé con il togliere la vita ad un essere che di certo si è macchiato  di questo orribile  crimine, o che nella peggiore delle ipotesi non si è macchiato di nessun crimine me che solo si trovava  nel posto sbagliato al momento sbagliato,   SI OPPONE ANCHE   al lasciare dietro di sé e dentro di sé uno stato di vuoto, di perdita dell’umano, degenerando nell’essere bestiale e/o assoluto  che si mette o allo stesso livello del carnefice,  del boia,  del giudice che non  guarda in faccia la sua vittima,  o allo stesso livello di Dio, di CHI  UNICO   possiederebbe  in sé la verità assoluta, mentre nessun uomo può elevarsi a giudice estremo di un altro uomo.

qui invece altri commenti interessanti  altri pareri…

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