ACCABADORA

ACCABADORA viene da ACABA  che in spagnolo significa finire.

Questo libro scritto in un linguaggio sapiente e nello stesso tempo verista, dove emergono i sentimenti dei protagonisti e la realtà di un contesto contadino sardo, è la storia di due donne, anzi, di due famiglie, che però si uniscono e ne viene fuori una terza, fatta di una madre adottiva e di una figlia presa in adozione.

E’ un accordo che non ha bisogno di atti giuridici o notarili, là dove gli uomini, e in questo caso le donne, si mettono d’accordo senza nemmeno una stretta di mano.

Un sì è un sì e basta, e la madre naturale di Maria cede la sua ultima figlia di quattro a Bonaria, la sarta del paese rimasta anch’essa vedova da marito non tornato dalla guerra, e mai diventata madre. Quando Maria entra nella casa della sua seconda madre, ha sei anni ed è una bambina abituata a sentirsi l’ultima in tutto, privata come era stata di affetto e di attenzioni.

In casa di Bonaria la storia cambia, deve passare del tempo perchè lei capisca che non è più l’ultima di niente, ma la prima di tutto. La prima a dovere andare a scuola, la prima a seguire la zia nelle sue uscite diurne, e la prima ad andare a letto la sera, noncurante del fatto che magari zia  Bonaria durante la notte avesse poi bisogno di uscire per improvvise  e non definite chiamate notturne.

E’ un sodalizio ben riuscito, Maria disegna alla maestra questa nuova figura di donna come la sua vera madre, e si sa bene come i bambini si raccontano con il disegno dicendo il vero.

Tutto normale fino a che arriva il matrimonio di una delle tre figlie maggiori, dove Maria, che non ha mai smesso di avere rapporti saltuari con la sua famiglia d’origine, soprattutto durante la raccolta dei campi, è invitata ad aiutare nei preparativi nuziali.

Si sa che un conto è quello che ci si ripromette di non fare, e un conto è l’impulso inconscio che ci porta a fare cose che poi ci potrebbero portare problemi.

Fatto sta che Maria si intrufola all’insaputa di tutti nella stanza della madre dove sono già pronti i dolci preparati per la festa e la corona dolce di pane di mandorla che sua sorella dovrà indossare durante la cerimonia.

Maria l’ultima, Maria l’orfana, Maria la non voluta e desiderata, ha l’istinto infantile e irrefrenabile di provare su di sè questa coroncina, davanti al grande specchio materno dove si riflette la sua figura ancora  acerba di donna. Colta all’improvviso da rumori dietro la porta cerca di non farsi trovare in quello stato e per la fretta la corona cade e si spezza.

Che disastro. Maria per punizione  viene relegata in casa ed esclusa dalla cerimonia (tornando ad essere quella che era sempre stata), la corona verrà incollata alla belle e meglio tra le lacrime incontenibili della  promessa sposa, e tutto doveva rimanere sepolto nel più totale silenzio di tutti.

Da quel momento Maria la ladra, Maria l’indesiderata, Maria l’esclusa, non proverà più nessun desiderio di andare ogni tanto a casa delle sorelle maggiori, provando un sentimento misto tra la vergogna del ricordo e il senso di ingiustizia per essere stata messa senza colpa in una situazione sgradevole e indecorosa per tutti.

In paese c’è Andria che è segretamente innamorato di Maria, ma lei non se ne avvede, per lei Andria è solo un amico con cui confidarsi e da cui ascoltare confidenze…

E’ a questo punto che si inserisce un personaggio che detterà le sorti del racconto, il fratello di Andria, un certo Nicola, il quale spinto da motivi di vendetta contro il vicinato per questioni di confini, si mette in una brutta situazione che segnerà per sempre il suo destino di uomo senza tanto giudizio ma con tanto fuoco nelle vene;  con il suo gesto avventato segnerà  anche il destino   di altri.

Solo alla fine della vita di Nicola la povera Maria scoprirà il secondo lavoro segreto di sua madre Bonaria,  quello di andare a dare la morte alle persone che si riducono in condizioni estreme per cui non c’è speranza di vita degna di chiamarsi vita.

Bonaria si definisce la terza madre, l’ultima, come ultima era stata Maria nelle sue condizioni di nascita. Questa figura oscura in bilico tra il sacro ed il profano, emerge in tutta la sua indicibilità, ma anche in tutto il suo decoro e la sua solennità misteriosa.

Sono le famiglie dei cari morenti che chiamano Bonaria a dare la pietosa fine ai loro infermi, è un accordo non detto, non scritto ma tacito, facente parte di un equilibrio che è superiore alle leggi degli uomini e quasi  inserito nelle leggi segrete  di Dio.

Quel Dio non istituzionale, non abbellito delle false cerimonie, ma un Dio interno, quello della notte, quello delle lunghe ore della veglia, quello delle ore della disperazione lacerante che ci deve preparare all’ora del distacco, del trapasso, della fine. Pur che sia una fine degna d’essere vissuta come atto finale.

L’accabadora è colei che finisce.

Per amore, come un atto estremo ed ultimo d’amore collettivo.

Questo è il libro tragedia di MICHELA MURGIA, che dalla sua più profonda Sardegna ci racconta dal continente ormai fatto suo, una tradizione che nessuno di noi conosceva, uno spaccato di società contadina ed arcaica  che forse sopravvive nelle comunità più isolate e confinate ai margini della stessa civiltà.

Non è un libro denuncia, ma un libro che fa profondamente riflettere e che riporta in primo piano  il problema del testamento biologico, il problema del diritto all’eutanasia, il problema del vivere fino a che la vita risulta minimamente un atto di gioia e non di sofferenza  priva di dignità.

La stessa Maria sarà chiamata a riflette su questo, e lei stessa, da una repulsione iniziale passerà alla comprensione   che  non c’è la possibilità di dire “Io questo non lo farò mai” perchè  “Non dire mai di quest’acqua io non ne bevo. Potresti trovarti nella tinozza senza manco sapere come ci sei entrata”.

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