Toqueville

Prima di lanciarmi  a 360°  nel complesso mosaico filosofico del ‘900, volevo dare uno sguardo a Toqueville, filosofo francese di origini aristocratiche ma di indole liberale   che si è occupato dello studio   della democrazia americana.

Siamo  tra il 1830 e il 1848, ossia siamo in piena Restaurazione europea, e Toqueville è un giovane  membro attivo della  Prima  e  poi  Seconda Repubblica francese. Nel 1831  attraversa un momento di crisi personale e accetta l’invito di andare per un anno in America  a studiare il sistema penitenziario, sull’onda della necessità di trovare risposte adeguate ad una realtà diventata  inaccettabile.  Almeno per le sue idee liberali.

Con sorpresa scopre una realtà di vita profondamente diversa  le cui riflessioni lo porteranno alla stesura della sua opera più celebre, La democrazia in America, dove ne descrive i vantaggi (non essendo stato lui stesso assistente  ai suoi  indiscutibili e magari  secondari  limiti).  Negli Stati Uniti americani le persone vengono livellate e si offre a tutti indistintamente la possibilità di emergere, senza  privilegi di classe.  Questa realtà non esiste in Europa che si è formata su un regime classista e profondamente differenziato.  Divenuto deputato nel 1839  si attiva per l’abolizione della schiavitù nelle colonie e per la riforma carceraria.  Rimane in politica fino a che la deriva radicale, violenta e autoritaria della Rivoluzione  risulta incompatibile con le sue idee liberali.  Si ritira a vita privata ma poi  morirà relativamente giovane  affetto da tubercolosi.

Della Rivoluzione francese Toqueville sottolinea il suo essere degenerata nel Terrore e nel dispostismo, terrore e dispostismo  che non sono dovuti accadere nella Rivoluzione americana.  E’ pur vero che non è tutto oro quello che luccica.  L’affermarsi della democrazia ossia della uguaglianza e della libertà  può  generare la caduta nell’individualismo. Il singolo delega il suo potere politico all’organo  istituzionale che andrà a rappresentarlo con totale libero arbitrio e senza nessun controllo e partecipazione diretta.  Si rischia di cadere in un dispotismo democratico, cioè in un paradosso, in una falsa democrazia, più apparente che reale.  La soluzione a questa deriva può essere data dal restauro dei corpi istituzionali intermedi, ossia le Associazioni civili, le corporazioni, le iniziative organizzative che partono dalla base sociale. E poi naturalmente  la democrazia vince se si avvale della partecipazione di tutti, attraverso il suffragio universale maschile (per il momento non si parla ancora di quello femminile). Tutto questo già accade in America, dove l’associazionismo è incoraggiato, dove si lascia libertà di espressione e di culto, e dove si pratica il suffragio universale maschile.

Il nemico assoluto della democrazia è  l’appiattimento, la massificazione.  Se per diventare tutti uguali dobbiamo diventare tutti massificati e quindi impoveriti delle nostre diversità, la democrazia tradisce se stessa.  Partecipazione significa  quindi   associazionismo, decentramento, diritto al voto  e libertà di religione. Libera Chiesa in libero Stato, arriverà a concludere Cavour;    Cuius regio, eius religio, si era arrivati a concludere durante le terribili  guerre di religione. Pur essendo laico ed ateo, Toqueville riconosce ed attribuisce alla religione la funzione di   garantire la sfera privata ed interiore accanto a quella pubblica e civile. No quindi all’anticlericalismo che aveva fatto orrore in Francia, no alla religione di Stato che aveva fatto orrore in Francia, no al cadere in forme nuove e totalitarie di cui tutta la rivoluzione francese a confronto con quella americana  è piena.

Eppure l’Europa per diventare quello che è diventata (la culla di tutte le massime culture nel mondo)  ha avuto (così sembrerebbe) bisogno di passare dalla violenza. Violenza che senza neanche stupore  oggi Toqueville sarebbe portato a riscontrare più che mai nella civilissima odierna   comunità statunitense.

Toqueville stesso  aveva dovuto osservare le disparità razziste dello Stato americano  nei confronti dei nativi americani, gli indiani, e nei confronti degli afro americani e degli asio americani.  Immaginò  auspicabile ma affatto semplice la loro integrazione.  Di fronte al razzismo scientifico di Gobineau (suo amico)  dichiara di non condividerlo,  ma   il pensatore marxista Domenico  Losurdo  lo accuserà di avere fatto/pensato  una democrazia etnica   ed incapace di vera integrazione. Alla storia l’ardua sentenza.

 

 

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