Comte, Darwin, Spencer

Il secolo è sempre il 1800, in pieno clima illuminista e scientista. L’oggetto di principale attenzione è il progresso. I campi di applicazione spaziano dall’etica    alla scienza astratta e concreta.

Comte, definibile l’Hegel della scienza, nutre una fede incrollabile nel progresso, e  si prefigge di inserire conoscenze ritenute tradizionalmente non sistemizzabili/classificabili   dentro un unico grande impianto gnoseologico, ma per fare questo ricorre a delle forzature  che  finiscono   per snaturare gli scopi primi di ogni ambito  culturale.  Per esempio, classifica l’etica come la settima scienza del sapere,  con la pretesa/intenzione  di attribuire all’etica un controllo effettivo e comunitario, ovviamente da parte della comunità scientifica.  Siamo totalmente lontani da quello che farà Bergson che anzichè ridurre l’etica alla  ragione   nella speranza di  controllarla,  la eleva  a  non scienza  ed  a coscienza  della storia.

In politica è contrario alla democrazia che lui intende come caos, credendo invece nela sociocrazia, cioè nella divisione naturale degli uomini.  LA SCIENZA  è superiore all’etica, nel senso che ciò che conta è la conoscenza pura, secondo un principio economico elementare, ossia raggiungere il maggior  risultato con il minos sforzo.

Comte (1798-1857)  rimane figlio del suo tempo,  e ragiona  come uno scienziato che però si va ad occupare non solo di fisica, astronomia, biologia,  matematica ecc…,  ma anche di sociologia, sconfinando in ambiti non riducibili alla scienza. Divide la sociologia in statica e in dinamica; nella statica  si conosce come la classe sociale/politica    sostiene l’idea centrale del suo tempo, nella dinamica si conosce come la classe sociale/politica   intuisce idee di cambiamento, andando a permettere/determinare la fine di epoche e l’avvento di epoche nuove. Nel suo fanatismo/dogmatismo   arrivaa teorizzare un calendario scientifico,  Dentro questo culto della scienza si arriva a spezzare l’unità tra scienza e filosofia, o meglio, l’armonia, e le conseguenze diventano devastanti. Una tra tutte sarà  il programma di eugenetica  T4  teorizzato dal nazismo durante il suo decorso storico.

Darwin (1809-1882), l’altro grande  scienziato positivista del tempo,  è diventato celebratissimo per la sua teoria della specie e per quello che va sotto il nome di teoria evoluzionistica. Studiando direttamente la capacità degli animali in contesti diversi attraverso  il loro  spirito di adattamento al territorio, arriva a legiferare  il concetto di evoluzione della specie, un’evoluzione biologica e naturale, lenta ma inarrestabile, determinata e regolamentata dall’istinto di sopravvivenza. Ciò che però lo rende celebre è il suo ipotizzare che lo stesso uomo cosiddetto sapiens sapiens deriva dal suo progenitore animale, ossia dalla scimmia.  Questa dichiarazione lo impone all’attenzione mondiale e ovviamente all’agitazione  generale dei più diversi  ideologismi  che si schierano ora a favore ora contro. Nasce legittima la domanda da un milione di dollai: può l’uomo essere valutato e studiato come un qualsiasi membro animale?

Il suo successore Spencer  (1820-1903), meno fanatico nei confronti di Comte,   allarga il principio di evoluzionismo   naturale alla storia, ossia all’ambito  sociologico/antropologico/politico,  perchè le specie viventi si evolvono in quantità ma anche in qualità, diventando sempre più complesse e sofisticate. Per esse occorre valutare l’organizzazione e la differenziazione. Anche  la storia appartiene a quei saperi visibili e quindi controllabili/verificabili. Di ogni ambito non visibile invece  non si può avere nessuna conoscenza certa,  ma  la stessa legge dell’inconoscibile viene inserita dentro un sistema che si ammanta di romanticismo.   Dichiara una sepcie di legge universale  che prevede l’inconoscibile, dividendo il sapere in due ambiti, quello della scienza e quello della religione.

La scienza si occupa del fenomenico e la  religione del noumenico (mistero).  No n c’è inconciliabilità ed ognuno fa il suo. I due am biti se si invadono vanno incontro a scontri.  La filosofia è invece conoscenza unificata che deve dettare principi generalissimi  sulle scienze, e in questo si ricollega a Comte,  definendo la filosofia sintesi e la scienza analisi.

I tre principi  universali  che tutto governano sono: la materia è indistruttibile,  il movimento è forza, la forza è persistente. La macro legge che tutto contiene è quella evoluzionistica. I passaggi possibili sono tre, dall’indefinito  al definito,  dall’incoerente al coerente e dall’eterogeneo all’omogeneo. Ritorna la tendenza hegeliana a volere essere onnicomprensivo, anche se Spencer ne è inconsapevole.

Sono tutti principi che abbiamo visto nascere nel mondo greco, che già  distingueva con Platone ed Aristotele ciò che riguarda  la scienza (il mondo fenomenico)  e ciò che riguarda l’Idea (il mondo noumenico). Dopo di loro ognuno ha  scelto se essere più platonico o più aristotelico. Il positivismo è un figlio dell’aristotelismo, il quale Aristotele non aveva mai dichiarato che lo spirito non esiste e non lavora nella storia.

Il principio di fondo di questo studio delicato   rimane sempre lo stesso ed è  elementare nel suo funzionamento: il più forte vince sul più debole. Non dimentichiamoci che dall’evoluzionismo deriverà la teoria razzista di dividere il genere umano in razze superiori ed inferiori, pratica comprensibile    laddove si volesse ridurre l’uomo a essere animale e non spirituale.

Traducendo il tutto in ambito storico, se ci si deve chiedere chi tra il liberalismo ed il socialismo potrà avere la meglio, la risposta è semplice,  sarà la storia a dirlo, dimostrando nei fatti chi tra i due pensieri ha il dna o la struttura propria vincente. Il rischio evidente è quello di semplificare, banalizzare  o distorcere.

Spencer parla di fondare un sistema di filosofia sintetica,  che includa la psicologia, la biologia, la sociologia e l’etica. Insomma,  niente di nuovo sotto il sole, nonostante  le novità  di indubbio  interesse e di enorme ricaduta   morale, nel senso critico del termine.

Questi tre filosofi rappresentano il pensiero positivista dell’800, ereditando e continuando il pensiero razionalista/empirista di Cartesio, Locke e Hume.  Contro di essi si schiereranno i cosiddetti antipositivisti, appartenenti al pensiero spiritualista o vitalista, in primis Bergson e Nietzsche.

 

 

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