Archivio mensile:novembre 2014

Apps per docenti…

APPS UTILI: OGNUNO SCELGA LE SUE

i livelli della lingua l2

in book, bella idea

CONVEGNO SESTO

progetto steve jobs

Progetto Steve Jobs_21 novembre

la buona scuola che non c’è

Il 15 novembre è passato ieri.

La grande e fallimentare promozione pubblicitaria della Buona scuola è passata ed ha avuto lo 0,4% di partecipazione.  Un vero fiasco, considerando che si è presentata come un momento di importanza collettiva, che si è presentata come un invito a tutto il popolo italiano spinto dal governo in carica, che prometteva grandi cambiamenti in vista  mentre sappiamo benissimo che continuano i tagli verso un servizio di capitale importanza, e lo abbiamo visto perchè…

Qui  tutta la rendicontazione  da parte di chi l’ha seguita nel suo nascere e nel suo misero concludersi.

Alla scuola vera non bastano le vuote parole propagandistiche.

Una preside di mia conoscenza così ha commentato in data  19 ottobre scorso le  varie iniziative sindacali che indicevano  assemblee formative sul tema: “A che pro, intanto sono solo tutte chiacchiere inutili,  il ministero non  ha  i fondi…”

Un dsga di mia conoscenza ha invece commentato sull’idea della buona scuola: “Io chiederei che i docenti venissero impegnati anche tutto luglio perchè io mi faccio 36 ore e ho solo 32 giorni di ferie all’anno, loro si fanno due mesi garantiti”

Una amministrativa di mia conoscenza invece ha commentato tra sè e sè: “Devo andarci dentro a scrivere quello che penso, e saprei cosa commentare…” Non mi risulta invece l’abbia fatto…

In quanto ai docenti, io sono tra quelli che non hanno partecipato.

Per la semplice ragione che di prese in giro ne vedo già abbastanza tutti i giorni.
 

autogestione

La si ritiene superficialmente  per lo più inutile e una perdita di tempo, ma i ragazzi l’adorano, la vogliono, la praticano, la fanno.

E’ l’autogestione.

Eccone un esempio che i vostri bambini diventati grandi senz’altro faranno…

carissimi genitori

Capisco che voi vorreste solo essere rassicurati. Capisco che vorreste potere pensare ad una scuola che funziona, e non mal messa come quella che ci troviamo.

Capisco che vi sto distruggendo dei miti e delle illusioni.

Ma volete conoscere la realtà delle cose o continuare ad  illudervi? Volete partecipare della realtà dei fatti o continuare ad ignorarli, senza capire che la scuola va riempita di risorse e non SVUOTATA come il ventre di una donna gravida che è stato sbranato dai lupi?

Qui si racconta solo quelli che sono i problemi di tutti i  giorni, ma anche le conquiste di tutti i giorni.

State tranquilli che vi racconterò anche quelle, come già mi è capitato di fare e come fanno molti insegnanti tutti i giorni che vanno a postare le loro esperienze per condividerle e per creare informazione .

Ci sono i giorni no ma anche i giorni si.

E poi per dirla tutta, io non vedo gli errori ed i pasticci organizzativi  come delle sconfitte e basta.

Dagli errori si impara, ci si modifica, si riflette. Estremamente. Con consapevolezza.

Gli insegnanti sono persone vere in carne e ossa come tutti voi, con le loro problematiche quotidiane, come le vostre.

Solo che fanno il mestiere dell’insegnare, e voi giustamente vi aspettate che lo facciano al meglio delle loro  possibilità, o meglio, al meglio delle loro responsabilità.

E’ tutto giusto.

Anche voi fate i genitori, e dovreste farlo al meglio delle vostre competenze.

Forse ci si può trovare a metà strada.

Anzi, sono sicurissima che ci si possa trovare in un punto comune.

Trovarlo, condividerlo, discuterlo, migliorarlo e proteggerlo dipende da quello che decidiamo di fare giorno dopo giorno della nostra meravigliosa esistenza.

 

ultimo giorno con cleme

Anche oggi mi tocca.

Arrivo con le mie belle carte sulla formazione fatta e la consegno a chi di dovere, poi mi reco in classe per relazionare la giornata precedente alla collega titolare.

Non c’è, è già andata via, ma c’è la supplente nuova appena arrivata  sull’altra titolare che si è purtroppo eclissata per gravi ragioni familiari.

Quando mi vede non si alza dalla sedia, rimane prona sulla cattedra come fosse reduce da un momento faticoso.

Le chiedo dov’è Cleme, perchè non la vedo.

Mi spiga che nella classe è appena accaduto di tutto e che dunque la bambina sta nella classe accanto.

Mi informa che è dovuta intervenire a separare Cleme che si era azzannata contro un suo compagno, per non si sa quale motivo, e che lei nel tentativo di separarli si è ritrovata per terra con parte dei suoi capelli strappati…

Un vero disastro, momenti da incubo; quindi ha chiesto l’intervento delle colleghe storiche, che nemmeno avevano avuto il tempo o l’accortezza di presentarle la situazione.

E adesso ci sono io, penso tra me. E mi devo fare il pomeriggio con Cleme, di venerdi, con lei totalmente fuori controllo.

Vado dalla collega che la sta gestendo, al momento appare tranquilla, ha un segno sulla faccia, conseguenza della colluttazione avuta col compagno.

La collega che ha ricevuto il trattamento dello strappo dei capelli ha già detto che si metterà in malattia, perchè avrebbe chiesto al ds la concessione della aspettativa famiglia per curare la bimba piccola, ma il preside gliela potrebbe concedere solo tra 15 gg. Dunque per ora malattia e poi si vedrà.

Certo che prendere servizio già con l’idea di mettersi assente non mi sembra molto etico, però il sistema lo permette. Anzi, lei sostiene d’essere onesta perché poteva evitarlo di dirlo mentre ha parlato chiaro.

Strano questo meccanismo che concede nel senso che rende possibili privilegi discutibili, ma non rende invece possibili  privilegi necessari e contingenti, come per esempio il potere andare in orario lavorativo ad un corso di formazione…

Scusate, torno sempre  qui; come può una scuola funzionare bene se non permette ai suoi insegnanti di formarsi? e poi come possono gli insegnanti stare in classe sapendo gestire queste realtà così complesse?

No, il sistema pretende la botte piena e la moglie ubriaca. La formazione te la fai di notte, a tuo costo senza dubbio,  e a scuola devi essere all’altezza del tuo compito altrimenti ti esponi a situazioni con un basso  profilo.

Poi per formarti mettiti comunque in fila: prima ci sono i docenti di ruolo e solo se rimane posto e tempo  arrivano anche i docenti precari.

Peccato che un buon numero dell’organico scuola è composto proprio da precari e che sono proprio i precari ad essere più motivati.

Sul problema di Cleme  mi confronto immediatamente con le colleghe presenti, mi informano su alcuni dettagli, mi rassicurano sul fatto che dovrebbe rientrare la  sua insegnante di  sostegno, e mi confermano il bisogno di questa bambina di potere stare a scuola solo su un tempo ridotto.

Solo che sono ancora in fase di definizione delle procedure.

Mi accordo con Marisa, altro nome di fantasia, che il pomeriggio rimango in classe con lei e con Cleme, visto la situazione. Una vocina mi dice che mi sto mettendo in un pericolo;  ma Cleme come la pensa?

Infatti dopo solo cinque minuti dall’inizio della lezione di inglese prevista, mi si avvicina e mi chiede se possiamo uscire nel corridoio a fare altro.

Avrei dovuto dirle chiaramente di no, ma  mi espongo su qualcosa che non mi compete e le dico di sì.

Tenerla in classe come si sarebbe potuto? Lei  è un enigma e l’insegnante presente non si vuole prendere responsabilità. Anzi, a lei va benissimo che io me ne esca, perché le porto via il problema.

E siamo al solito punto di ieri. Ma questo non è il mio problema, semplicemente sembra diventarlo.

Non so come riesco a sopravvivere, però il pomeriggio passa senza seri incidenti.

Alla fine del tempo la riconsegno sana e salva al nonno, che nel ritirarla mi guarda sconsolato come a scusarsi  d’avere una nipote così problematica e praticamente intuendo  che Cleme non deve essere reduce da una giornata di quelle positive.

Non commento. Non dico nulla. Non ne ho nessuna intenzione.

So solo che se mi daranno ancora Cleme, semplicemente pretenderò l’ordine scritto.

E poi  mi vado a cercare un corso che mi faccia scoprire qualcosa di più sul disagio neurologico grave.

E sulle strategie di sopravvivenza scolastica.

 

 

cleme e i suoi compagni

Doveva essere il  tredici di ottobre, è finito per essere il tredici di novembre.

Tutto a posto, quasi tutto a posto; mi manca un pezzo d’orario, ma non dispero di integrarlo.

La cosa massima sarebbe potere accedere alle superiori, con la filosofia; ma forse è ancora troppo presto.

Oggi è stato il tempo di  Clementina, un nome di fantasia per evitare ogni forma di riconoscimento.

Clementina ha un disturbo neurologico grave, e questo non è un caso inventato o immaginato. Lei è schizofrenica, è senz’altro adhd,  e poi non so cos’altro. E’ inserita in una terza classe, ma a giudicare dal fisico ne deve avere almeno uno o due di anni in più.

Se dovessi fare un corpo a corpo con lei, probabilmente vincerebbe lei, ha una energia straordinaria. (anche se so ce gli alunni non vanno nemmeno sfiorati)

A  scuola viene solo se sedata, perchè non potrebbe altrimenti sopportare l’integrazione con gli altri compagni, nè gli altri compagni sopportare la sua presenza.

Per emergenza vengo messa in questa   classe dove c’è una maestra che è allo stremo delle forze.

Da quattro settimane sta tamponando colleghi assenti o che si sono messi in malattia per non dovere subire  situazioni pesanti. Intendo dire situazioni lavorative complesse che non si è in grado di gestire,  per mancanza di specifica formazione o per mancanza di specifiche capacità.

Il preside senza nemmeno dirmi nulla del caso mi  accompagna nella classe, mi presenta alla collega, e poi se ne va alla chetichella.

Non mi hanno  ancora dato il mio orario, nè il mio incarico, oggi tampono, ed alla fine delle prime quattro ore arriva  qualcuno che si definisce come la referente dell’organizzazione del plesso; mi dice: “Tu hai fatto già quattro ore, ma oggi ne farai sei, devi tornare qui  dalle 14,30 per stare su Clementina,  se non sai dove recuperare un panino puoi andare in mensa che ti possono rimediare qualcosa, così oggi ti fai sei ore e domani solo due, sempre nel pomeriggio (sempre su Clementina).”

Più che di una collega  il tono è quello di un caporale di caserma.

Oggi non mi conviene replicare e dunque sto zitta.

“Poi lunedi ci sarà programmazione e discuteremo  del problema degli alunni stranieri.”- aggiunge prima di andarsene.

Clementina ha uno sguardo “disturbato”. Non è che è semplicemente  strabica, e quindi ha gli occhi che si incrociano. No, lei è una che sembra che guarda nel vuoto.

Le prime due ore vanno via abbastanza tranquille. Lei chiede “Tu sei l’insegnante di sostegno?”  Io rispondo : “No, oggi sono qui ma domani vediamo”

E già devo averle dato una risposta  che mi deve avere tolto dei punti, più che dei punti, credibilità nei suoi confronti.

Quindi vedo che non è in grado di stare ferma, esce in continuazione dalla classe, se deve fare qualcosa ti deve coinvolgere, a mie spese scopro che racconta cose solo per attirare l’attenzione,  si mette a colorare con il pongo, come dice lei, che però lo chiama ponga.

Ha uno spiccato accento meridionale, che non solo non cerca di controllare ma addirittura esagera,  nelle sue espressioni del tutto estemporanee.

Dalla terza ora del mattino ormai il suo livello attentivo  e per la classe è già al minimo.

Le chiedo come si chiama: mi risponde ma non capisco quello che dice. Solo dopo capirò che non voleva proprio  farsi capire.

Sto interagendo senza nessunissimo  programma.   Non so chi ho davanti, nessuno mi ha detto nulla di nulla, capisco solo che devo stare lì perchè sono il supporto imprevisto e  provvidenziale  di una insegnante che continua a chiedersi quando arriveranno i supplenti sugli assenti ed i supplenti dei supplenti;  intanto non ne può più di fare ore  di straordinario che non si sa come potrà recuperare e che la stanno sfinendo.

Ad un certo punto conosco tutte le altre maestre del corridoio; Clementina un pò gioca con le bambine della classe a destra della sua, poi con le bambine della classe a sinistra della sua, ma poi anche finisce con la collega che sta in fondo al corridoio.

E’ una mosca che vola di porta in porta,  ed io sono  la sua bambinaia, la devo rincorrere di passo in passo. Mi sento ovviamente responsabile della sua incolumità e dell’incolumità di chi viene in contatto con lei.

Quando finiamo in sala internet  ho pensato di poterla mettere davanti a un pc con dei giochi che catturassero la sua  curiosità, ma è un autentico fallimento.

Quello che funziona per un bambino normale, non funziona per lei.

Clementina nemmeno mi ascolta e non sembra attirata dal pc. Vede la taglierina, e si mette ad affilare dei fogli di cartoncino di scarto in tante striscioline.

La prima reazione sarebbe quella di impedirglielo, ci mancherebbe solo che il mio primo giorno di lavoro questa mi si taglia le mani ed io finisco pure sul giornale.

Ma toglierle bruscamente la taglierina potrebbe essere ancora più pericoloso.

Allora mi metto accanto a lei e l’osservo scrupolosamente; la guido nei movimenti, con le parole. Lei fin che fa muovere qualcosa del suo corpo rimane concentrata su questa attività senza grandi problemi.  E’ quando si stanca che arriva il pericolo, perchè è totalmente imprevedibile.

Ad un certo punto si mette in testa di  fare fotocopie di fogli disegnati, che poi dovrebbe colorare o qualcosa del genere.

Smanetta appresso la macchina che sembra conoscere bene; però seleziona i numeri a caso e quando vedo che imposta 821 fotocopie le faccio notare che sono troppe, ma il problema è che lei non ascolta,  è come pervasa da se stessa o dall’assenza di un deterrente.

Io dovrei essere il suo deterrente, ma quando divento severa e determinata a farmi ascoltare, allora lascia la stanza e sparisce giù per le scale.

Ogni suo gesto è compulsivo, è sclerotico, è come schizzato.

La mia preoccupazione era che non sprecasse materiale prezioso per l’uso di tutti, ma poi diventa lei che sparisce ed io che la rincorro per la scuola.

In fondo alle scale c’è la bidella che la blocca, ormai la conoscono,  e finisce in bidelleria  a farsi consolare e a farsi occupare un poco del  tempo che non passa.

Lo dico alla collega che Cleme è finita in bidelleria e lei risponde “Bene lasciamola un pò lì, poi torna su”

Capite bene che quando mi si dice che dovrò fare il pomeriggio con lei    non è che mi metto proprio a fare i salti di gioia.

Durante la mia pausa obbligata esco dalla scuola e vado a fare quattro passi, giusto per sgranchirmi un pò le idee e per ossigenarmi  i pensieri.

Ieri stavo in un posto a fare una cosa totalmente diversa, di cui non mi importa un bel nulla.

Oggi sto in un posto a fare il mio vero lavoro,  quello che io voglio fare e per cui mi sono preparata,  ma devo improvvisare tutto  e tutto capita dentro una serie di imprevisti che sotto un profilo legale sarebbero tutti impugnabili (oltretutto).

Calma e sangue freddo; non è che una normalissima giornata di lavoro, è solo l’inizio e bisogna dare il tempo a tutto il meccanismo di mettersi in moto.

Io che devo conoscere i miei interlocutori e loro che devono conoscere me.

E  poi sie metteranno giù le regole che rimarranno quelle per tutto l’anno.

Nel pomeriggio meglio del previsto. Avevo inizialmente pensato di portarla in palestra a fare attività con la palla o qualcosa del genere, ma poi cambio completamente programma.

Una vocina mi dice che è meglio che sto vicino agli altri bambini, e soprattutto a qualcuno che Clementina conosce bene, da tempo, che fanno parte del suo quotidiano.

La sua classe scoperta  viene divisa tre alla volta per le altre classi del corridoio; lei con altri due finiamo nella classe in fondo vicino alle vetrate.

L’insegnante del pomeriggio aveva in programma di interrogare, ma deve attrezzarsi alla nostra presenza.  Ovviamente il problema è Clementina.

Una bambina di questa tipologia nemmeno potrebbe fare otto ore di scuola,  a mio modesto avviso  non è in grado di sopportarle,  non per improvvisazione e non nel momento più faticoso della sua giornata.

Poi  constato e mi confermo  che è proprio la presenza dei compagni che lei cerca. Li vuole vicino a sè, mentre che coloriamo,  e loro devono fare delle schede sull’ambiente antropico che si differenzia dall’ambiente naturale.

Adesso il match diventa farli stare tranquilli insieme; Marco  è uno che  ha un buon grado di autonomia, Sara  è di quelle che cercano sempre l’approvazione dell’adulto, e la vedo un pò ansiosa;  quando  Clementina si mette in testa di aiutarla a colorare una delle sue schede, Sara è preoccupata che gliela possa colorare male mentre   lei vorrebbe prendere un bel 10 dalla maestra.

Io la tranquillizzo, le dico che Clementina sta facendo un ottimo lavoro, quasi artistico, e quando  quasi si mette a piangere  sconsolata, e sulla sua guancia si segna il pennarello grazie a  Clementina che muove le mani senza controllo, allora  intervengo di nuovo con determinazione, facendo notare a Cleme che deve essere gentile e magari fare la pace con Sara che quasi piange.

Cleme diventa seria seria, devo averla colpita nelle parole, prende Sara e la porta in bagno dove le pulisce la faccia e la macchia va via. Tutto torna tranquillo.

E’ ora di rimettere via schede e colori.

E’ ora di preparare la cartella.

E’ ora di andare a casa.

E’  ora di unirsi alla classe che ci doveva accogliere ma che poi abbiamo snobbato per finire ad  organizzarci  sul tavolo del corridoio.  Qui i corridoi sono molto attrezzati e diventano la continuazione delle aule.

La collega della classe ospitante  non ha dimostrato di gradire, è quasi scocciata con me come se  fosse dipeso da me stessa   quella situazione. Lei avrebbe preferito che io mi andassi ad imboscare solo con Cleme  in qualche buco a gestirmi il problema per i fatti i miei, non considerando che questo problema non è “il mio problema”  ma il problema della scuola che non funziona. Io invece avrei preferito molta maggiore organizzazione, che però non c’è.

Fuori dall’uscita   ci sono i genitori già  pronti a ritirare i loro pargoli.

Clementina ha già visto suo nonno.

La prima giornata è  finita e l’anno promette molto bene.

 

 

 

 

 

 

 

ragazzo psicotico

CASO: classe II istituto professionale. Ragazzo psicotico inserito in comunità terapeutica

dall’età di nove anni, madre incapace di accudire i figli sia dal punto di vista pratico che

emotivo. Gravi problemi relazionali che sfociano in comportamenti aggressivi verso oggetti.

Il  ragazzo è incapace di contenere le emozioni molto forti. Problemi di dislessia e discalculia.

Atteggiamento non collaborativo. Livello di attenzione inesistente.

 

DOMANDA: descrivi una programmazione metodologica e i relativi interventi didattici per  l’alunno disabile. Definisci strategie di intervento e tipologie di valutazione. Stabilisci unobiettivo per la classe e le relative modalità di intervento e valutazione. Spiega quali metodi   didattici innovativi possono essere applicati.

 

Il caso in questione è tra i più difficili che potrei trovarmi ad affrontare e quindi mi crea    da subito delle difficoltà che devo vincere: devo vincere l’idea che sarà un disastro e che non riuscirò a concludere nulla di buono.

Per prima cosa  osservo il contesto  e cerco di trovare vie di uscita.

C’è qualcuno nel gruppo classe che è in grado di interagire con questo alunno?  Cosa ha combinato nel passato? Che strategie sono state applicate? Con quale risultato? Cosa dovrei assolutamente non ripetere? Cosa invece non è mai stato tentato?

C’è qualcosa che il ragazzo ama fare? A cui è interessato? Ma come lo coinvolgo?

Ma questo ragazzo ha un nome, possiamo chiamarlo per nome, nel senso, parliamo di questo adolescente, con tutta la sua storia, di cui non sappiamo nulla, di cui dobbiamo imparare tutto…

Posso cominciare a lavorare sulle emozioni. Lui non sa controllarle. Allora  comincio a fargli provare emozioni piacevoli e lo invito a disegnarle o a esprimerle in qualunque maniera.

Appresa questa pratica,  (scusate, che brutta parola, non stiamo mica parlando di una macchina, o di una x o di una y…),  lo invito a farlo con le emozioni difficili,  magari per grado, evitando quelle più dure o evitando che quelle più dure lo portino ad andare fuori controllo.

Fino a che se la prende con gli oggetti, ci può anche strare, ma la  situazione non deve degenerare in una violenza verso le persone.

Lavoro sulla sua discalculia e sulla sua dislessia;  lo affianco a un solo compagno, quello che mi sembra più adatto o innatamente  più  congeniale, in caso contrario  lo affianco all’insegnante di sostegno  previsto non certo per il deficit dsa ma per il deficit neurologico, che lo supporti nella lettura  e nel calcolo evitandogli  ogni genere di stress inutile e di sovraccarico alla sua già fragile condizione psicofisica e neurologica. Gli fornisco gli strumenti compensativi e lo esonero dalle pratiche  non  utili ed efficaci.

Lavoro  solo in un secondo momento sulla sua relazione con il gruppo classe. E solo se dovessero sorgere condizioni spontanee e naturali, diciamo, provvidenziali, da  potere sfruttare…

Tutto questo prevedo  mi richieda   la presenza massiccia dell’educatore e/o del sostegno; sostanzialmente  credo che fino a che non avrò conquistato la sua fiducia,  non   verrò a capo di nulla in un modo  significativo.

Devo riuscire ad entrare nel suo mondo, nelle sue paure, nelle sue fobie,  nei suoi desideri inespressi, come anche nelle sue fantasie, nelle sue attitudini, nel suo mondo  silenzioso ma pieno di rumori.

Devo  farmi aiutare dal altri colleghi, da altri supporti,  per non sentirmi isolata e destinata al fallimento e per potere avere l’occhio dell’esterno, dell’altro, di chi vede le cose da un punto di vista più distaccato.

Sarebbe stata preziosa la famiglia che però in questo caso non esiste o quasi, anzi, è proprio l’assenza della famiglia la principale  causa di tutto questo grande disagio emotivo e scolastico.

Potrebbe essere utile tenere un quaderno dove annotare gli eventi più significativi, i miglioramenti, i fallimenti, le giornate no, le giornate si…; osservare quando e come il ragazzo   entra in paranoia e diventa appunto aggressivo; scoprirne i preavvisi  per saperli  prevenire.

Insomma, si tratta di costruire una relazione  complessa e delicata fatta di mille imprevisti, di molti dubbi e pochissimi punti fermi.

Credo comunque che di punti fermi ne possono bastare anche pochi, giusto quelli che servono per essere e sentirsi sulla strada giusta…