Rendicontazione sull'”arte di insegnare”

L' arte di insegnare. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi

Ho letto il libro. Bello, interessante, facile da leggere, immediato, si divora in poche ore.

Consiglio la lettura soprattutto ai docenti giovani alle prime armi.

Dà un quadro generale e competente delle varie problematiche, e soprattutto si focalizzano i punti deboli e dunque urgenti del mestiere, ossia come gestire una classe e come considerare l’alunno aldilà dell’essere valutato oltre il numero.

Il primo aspetto è molto pratico.

 

Il secondo aspetto è molto teorico.

Sul primo potremmo  raccontare papiri di casistiche  che denunciano il degrado della nostra società; sul secondo potremmo riflettere  papiri di concetti che denunciano la complessità della questione, e dunque la  sua non esauribilità, come il suo essere in continua evoluzione.

La  scuola è qualcosa che si muove, che cresce, che cambia, purtroppo anche in peggio.  Questo accade quando la politica, ossia chi ci governa,  toglie risorse indispensabili a un mestiere fondamentale sul quale si fonda il futuro di un paese.

Triste trovarsi tra i fanalini di coda di quei  governi che investono quasi nulla nell’educazione, nella formazione, nella didattica.

Ma fare polemiche non serve, non mi è mai piaciuto e interessato.

Posso solo riconoscere le mie, di personali responsabilità, e vi assicuro che le ho pagate tutte io, in primis.

Chiedo solo che anche gli altri si assumano le proprie. Se non lo dovessero fare, è nostro preciso dovere indurli a farlo.

Tornerò a insegnare pretendendo che ognuno faccia la sua parte. Chiederò al mio dirigente di essere equo e giusto, presente e competente. Chiederò ai miei colleghi di avere rispetto di tutti, soprattutto di chi è alle prime armi e dunque è chiamato a fare più fatica e a dovere affrontare tutte insieme diverse difficoltà. Chiederò al personale ATA  di essere paziente  con le esigenze della burocrazia e della amministrazione sempre più esigente e sempre meno comprensiva. Chiederò ai genitori d’essere  presenti  non tanto nelle aule dove già gli insegnanti sono chiamati al lavoro, quanto tra le pareti domestiche, dove sono chiamati al loro dovere di educatori e non di fratelli più grandi dei loro figli. Chiederò, infine, ai miei alunni, d’essere innamorati della scuola. Se non lo saranno (e non lo sono), cercherò di farli innamorare.

Gli alunni sono persone, prima che essere alunni, esattamente come gli insegnanti. La sola differenza è che l’alunno è nella scuola per avere e l’insegnante è nella scuola per dare. Sono le due facce della stessa moneta. Per assurdo spesso queste due facce si avvertono come nemiche, e non funzionano. Nel momento in cui funzionano, funziona tutto. Come farle funzionare al meglio è tutto il contendere della scuola.

Il mestiere di insegnante non è una missione. Non si può chiedere a nessun mestiere d’essere una missione. Una missione si esercita senza stipendio, per vocazione, spesso con mezzi di fortuna; il lavoro di insegnare si impara, si esercita, dà da mangiare a chi lo svolge, si può migliorare come può essere lasciato, necessita di un adeguato compenso che dia la giusta dignità alle complesse mansioni chiamate a essere svolte, necessita di risorse, investimento, progetti, studi, ricerca, impegno da parte di tutte le parti chiamate in causa.

E’ il prodotto di una collegialità che spesso nemmeno si rivolge la parola e ci si preoccupa di interpellare.

Infine insegnare è un mestiere che deve essere scelto.

Non si può fare questo lavoro  senza volerlo. Non è un mestiere di ripiego, di “lo faccio perchè non c’è di meglio o perchè lavoro poco…”

Conclusione: leggete il libro della Milani.

Non si finisce mai di imparare.

 

 

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